Diritti

Rebibbia, i detenuti replicano ai commenti: ‘Qui per pagare, ma ritrovate l’umanità’

I ragazzi rinchiusi nel carcere romano, rispondono ad alcuni degli utenti che hanno voluto commentare il filmato che il nostro sito ha dedicato all'esperienza di una breve trasmissione radiofonica che viene realizzata nel penitenziario grazie all'associazione Antigone

Su ilfattoquotidiano.it è stato pubblicato un servizio video sulla radio curata da ‘Antigone’ a Rebibbia e che anche noi detenuti contribuiamo a fare. Un bel servizio – che noi,  ovviamente, non abbiamo potuto vedere perché in carcere, purtroppo, non possiamo avere alcun tipo di collegamento con Internet, ma di cui ci hanno parlato i nostri parenti e conoscenti – ci hanno detto, oggettivo, curato. Di tutto ciò ringraziamo l’autrice, Irene Buscemi e la redazione.
E vogliamo ringraziare anche tutti coloro che hanno lasciato commenti sul servizio. Sì, vogliamo ringraziare proprio tutti. Sia quei pochi che si sono emozionati leggendo della nostra esperienza, sia i tanti – la  stragrande maggioranza, va detto – che non sono disposti a “perdonare” nulla ad un condannato e che vedono la radio come il segnale che nelle celle si vive come in un albergo.
Ai vari signori (o signore) che si firmano “Black_Eyed73” o a “les” (che invocano i “lavori forzati” per noi al posto della radio) vorremmo solo ricordare che quella misura, abrogata formalmente in tutto il mondo, ma ancora in vigore in alcune nazioni, era esattamente la “punizione” che prevedeva il regime nazista. I campi di concentramento altro non erano che campi per i lavori forzati. Forse bisognerebbe stare attenti alle parole che si usano. Eppure noi, ringraziamo anche questi signori. Perché se si toglie l’aggettivo “forzati”, resta l’invocazione del lavoro. E che ci credano o no quei lettori del Fatto Quotidiano, quella del lavoro è anche una nostra richiesta. Noi, che vorremmo poter lavorare in lavori socialmente utili, nella stragrande maggioranza dei casi, vediamo respinte le nostre domande. Perché preferiscono tenerci così, stipati dentro una cella, ad oziare.
E ancora, per l’ennesima volta, vogliamo ringraziare anche il signor Paolo. Quest’ultimo, nel suo messaggio al sito, non si limita agli insulti. Ma tenta un ragionamento. Dice che la difesa dei detenuti non deve appartenere alla cultura del Fatto Quotidiano e aggiunge che temi come questi, al massimo, possono trovare spazio su l’Unità. Una risposta ce l’aspettiamo anche da parte della redazione del Fatto, ma intanto noi una cosa al signor Paolo la vorremmo dire. Ricordandogli che è la Costituzione che dovrebbe obbligare i responsabili al reinserimento dei detenuti nella società. E il rispetto della Carta Costituzionale non crediamo che appartenga ad una sola parte politica, ma dovrebbe essere un elemento che 
unisce tutti i partiti, tutte le culture, tutti gli orientamenti. O no? E infine, una parola su ‘leuciscus’. Lui ci vuole ben chiusi qui dentro. E chiede che si butti via la chiave. Noi non sappiamo chi sia che si nasconde dietro questo nomignolo. Magari è una persona integerrima, quelle “tutte di un pezzo”. Però le persone, tutte le altre persone al mondo, non sono fatte così. Capita nella vita di sbagliare. Capita di sbagliare molto e gravemente. Il diritto ad avere un’altra occasione, 
dopo anni passati qui dentro, non sarà una norma prevista dalle leggi, ma crediamo debba essere un imperativo morale. Almeno per le persone che vogliono restare umane.
Sì, la cosa che più ci ha colpito della stragrande maggioranza dei commenti è proprio questa mancanza di umanità. E un mondo senza umanità è orrendo. Per chi sta in cella, ma anche per chi sta fuori.