Diritti

Lampedusa, porto sicuro. Perché il Cspa non deve chiudere (nonostante tutto)

Dopo oltre 100 giorni di permanenza, gli ultimi sei ragazzi siriani stanno per lasciare il Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Contrada Imbriacole di Lampedusa.

I lavori di ristrutturazione dei padiglioni andati distrutti da un incendio nel 2011 sono già ripresi e, a seguito del completo svuotamento della struttura, potranno procedere senza ulteriori ritardi.

Nel frattempo, i migranti salvati in questi giorni dalle motovedette della Guardia Costiera, sono stati imbarcati sulle navi della Marina Militare e accompagnati nei porti del sud della Sicilia. Si è preferito non condurli a Lampedusa.

Negli anni passati, raramente è accaduto che si optasse per una simile soluzione, ma solo per brevi periodi e a seguito di ragioni contingenti o decisioni politiche rivelatesi presto sbagliate.

In attesa, pertanto, che i lavori di ristrutturazione del Centro vengano rapidamente portati a termine e Lampedusa torni a essere terra di approdo di migranti e naufraghi, proviamo a spiegare le ragioni per le quali la paventata ipotesi di una prolungata (o, ancora peggio, definitiva) chiusura della struttura di Contrada Imbriacole deve assolutamente essere scongiurata.

La stragrande maggioranza delle operazioni di soccorso viene effettuata nel tratto di mare a sud di Lampedusa, anche a distanza di oltre 100 miglia. Ma anche nei rari casi in cui le imbarcazioni dei migranti vengano soccorse a nord dell’isola, Lampedusa rappresenta sempre il “porto sicuro” più vicino.

Non è difficile comprendere che le persone appena soccorse – che hanno passato giorni a bordo di barche caricate all’inverosimile, senza avere avuto possibilità di muoversi, di lavarsi, o di sdraiarsi, circondati notte e giorno esclusivamente dal mare – sentano la necessità di poter sbarcare in tempi il più possibile brevi per essere immediatamente accuditi, rifocillati e, ove necessario, sottoposti alle cure necessarie.

Sottoporre queste persone ad un ulteriore immediato trasferimento via mare della durata di almeno 8 ore, a bordo di navi militari non dotate certo di servizi e assistenza idonei (specie per donne e bambini), è una crudeltà che (aldilà dei costi spropositati) è necessario evitare ove vi siano possibilità alternative.

In particolare, le motovedette della Guardia Costiera, molto efficienti per le operazioni Sar (Search And Rescue), mal si prestano a coprire lunghe tratte (Lampedusa dista oltre 120 miglia dal più vicino porto siciliano) e i naufraghi sono costretti a restare per tutta la durata del viaggio in coperta, all’aperto, quali che siano le condizioni meteo marine.

Ma accade anche che alcune imbarcazioni, sfuggendo completamente ai controlli in mare, giungano direttamente sulle coste di Lampedusa o Linosa. In questi casi appare assolutamente necessario che le Isole siano comunque dotate di una struttura e di un sistema di accoglienza sempre pronto a far fronte alle esigenze e ai bisogni fondamentali degli uomini, delle donne e, soprattutto, dei bambini che arrivano. Lasciare, anche temporaneamente, le Pelagie sguarnite di tali servizi essenziali, può mettere gravemente a rischio la salute e la vita di decine e decine di persone.

Il Cspa di Lampedusa rappresenta per i migranti soccorsi in mare un luogo idoneo a garantire il rispetto dei loro diritti e un’accoglienza dignitosa e civile, a condizione che lo stesso venga sempre utilizzato e gestito nel pieno rispetto dei vincoli imposti dalla legge, con particolare riguardo sia ai tempi di permanenza che al trattamento delle persone che vi giungono.

Inoltre, occorre considerare che concludere le operazioni di soccorso nel porto sicuro più vicino permette anche agli equipaggi delle unità navali impegnati nei soccorsi in mare di raggiungere in breve tempo terra, dopo aver portato a termine operazioni spesso difficili, impegnative e pericolose.

Da ultimo costringere le motovedette o le grandi navi militari ad abbandonare il tratto di mare percorso dalle rotte della migrazione per condurre i migranti a Porto Empedocle o in altri porti siciliani – oltre ad avere costi elevatissimi – sottrae unità navali all’attività di soccorso per la quale è stata predisposta l’operazione Mare Nostrum.

Alla luce di tali considerazioni, sarebbe utile e importante essere certi che la prassi seguita nei primi giorni del nuovo anno sia soltanto una soluzione temporanea e che il Centro di Prima Accoglienza di Lampedusa verrà presto rimesso in funzione a pieno regime.