Giustizia & Impunità

Trattativa, Padellaro: “Nel ’92 Mannino sentiva di essere nel mirino della mafia”

Il direttore del Fatto Quotidiano ha deposto depone come teste e racconta di un incontro con l'ex ministro Dc nel luglio 92: "Sembrava consapevole di essere finito nella lista di morte di Cosa Nostra". "Era preoccupato per la sua scorta, mi disse che voleva evitare che succedesse qualcosa ai suoi ragazzi, dato che era fresco il ricordo della strage di Capaci" ha raccontato in aula

Agitato, spaventato, braccato: un uomo consapevole di essere finito nella lista di morte di Cosa Nostra. È il ritratto di Calogero Mannino tracciato da Antonio Padellaro alla corte d’Assise di Palermo. Il direttore del Fatto Quotidiano ha deposto come teste del processo sulla Trattativa Stato – mafia, in corso all’aula bunker del carcere Ucciardone, e che vede alla sbarra dieci imputati tra boss di Cosa Nostra, politici e ufficiali dei carabinieri. Padellaro ha raccontato ai giudici un colloquio avuto con Mannino, anche lui sotto processo per la Trattativa, ma davanti al gup Marina Petruzzella, avendo scelto la formula del rito abbreviato. L’allora vice direttore dell’Espresso incontrò l’ex ministro l’8 luglio del 1992: cinque mesi prima la Dc aveva raccolto il cadavere di Salvo Lima lasciato sulla strada di Mondello, la strage di Capaci era cronaca recentissima, mentre quella di via d’Amelio era ancora in via di preparazione.

L’elenco di morte di Cosa Nostra conteneva ancora parecchi nomi da depennare, mentre a cavallo tra lo Stato e la mafia qualcosa si muoveva: e Mannino, nel colloquio riferito da Padellaro, dimostra di esserne al corrente. “L’onorevole Mannino – ha detto il direttore del Fatto – era un uomo spaventato, agitato, che si sentiva braccato. Questa è la prima impressione che ho avuto. La seconda impressione che mi è rimasta nel corso degli anni è che lui si sentiva in pericolo di vita. Infatti mi disse due cose che mi sono rimaste impresse: intanto era preoccupato per la sua scorta, mi disse che voleva evitare che succedesse qualcosa ai suoi ragazzi, dato che era fresco il ricordo della strage di Capaci. Poi mi disse anche: io non vado più in Sicilia, evito di andare in Sicilia, anche perché temo che Cosa Nostra sia informata da personaggi interni della mia presenza su un aereo diretto a Palermo”. 

Che il nome di Calogero Mannino fosse stato iscritto da Totò Riina nella black list di Cosa Nostra lo racconta soprattutto il pentito Giovanni Brusca, che già nel maggio del 1992 si era messo all’opera per organizzare l’eliminazione dell’esponente democristiano. Del piano di morte ai suoi danni, Mannino sembra essere a conoscenza, dato che ne parla con lo stesso Padellaro: gli appunti di quell’incontro serviranno poi per un articolo pubblicato sull’Espresso nel 1995, quando l’ex ministro finisce in manette per mafia. “Mannino – ha spiegato il direttore del Fatto Quotidiano – fece un’analisi molto accurata del contesto in cui si svolsero le stragi. Fino all’epoca di Mattarella e Gioia la mafia secondo Mannino era stata un potere in connessione con altri poteri, si era creato un compromesso tra politica e Cosa Nostra. Poi il maxi processo era divenuto il punto di un nuovo accordo con la politica. Cosa nostra offriva alla Stato di ingabbiare i mafiosi della mafia perdente e in cambio la Cassazione doveva rimettere in libertà i mafiosi dell’ala vincente. Mannino mi disse che i patti, come erano stati intesi, non erano stati rispettati perché il governo Andreotti aveva adottato una serie di misure repressive che inasprirono le leggi. Il patto era stato violato ancora prima, infatti l’assassinio di Lima era il segnale che la mafia era scesa sul piede di guerra”.

Nell’incontro riferito da Padellaro, l’ex ministro democristiano è ancora più esplicito: parla di contatti con Cosa Nostra, di minacce e di un vero e proprio ordine di morte. “Mi disse – ha continuato Padellaro – di essere stato avvicinato e aver ricevuto pressioni affinché si fosse battuto per attuare misure meno repressive, perché Cosa Nostra lo riteneva potente e intelligente. Ma non volle cedere e quindi fu messo nella lista nera”. Anche l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, a sua volta accusato di falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa, aveva raccontato di un Mannino spaventatissimo durante la primavera del 1992: “Dopo l’omicidio Lima mi disse: Il prossimo sono io”. Il diretto interessato però, dopo vent’anni smentisce: “Io – ha detto mesi fa al fattoquotidiano.it – ero spaventato per la sorte dei magistrati non certo per la mia”. Nella ricostruzione della procura di Palermo, invece, già dopo l’assassinio di Salvo Lima, Mannino capisce di essere finito nel mirino di Cosa Nostra, imbufalita dopo la conferma delle condanne del maxi processo. Ed è per questo che avrebbe provato ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra: atterrito dalla condanna a morte avrebbe deciso di premere il tasto d’avvio della trattativa.

All’udienza di oggi ha partecipato anche Salvatore Borsellino, il leader delle Agende Rosse recentemente denunciato da Vittorio Sgarbi per vilipendio al capo dello Stato, che ha raccontato di aver recentemente subito il furto della cassaforte nella sua abitazione milanese “Un fatto strano non certo opera di balordi: sono stati lasciati oggetti di valore mentre i ladri hanno rovistato tra i documenti” ha spiegato il fratello del magistrato assassinato in via d’Amelio.

Twitter:@pipitone87