Cervelli in fuga

Quando penso a un migrante… mi ricordo di lei (di Isaia Iannacone)

Rubrica mensile che nasce per mettere in risalto l’immagine con la quale fumettisti, cantautori, scrittori e artisti in generale hanno scelto di rappresentare la figura del migrante, tra immagini, musica e parole.

Oggi pubblichiamo un racconto dello scrittore Isaia Iannaccone. Chimico e sinologo, nato a Napoli, vive a Bruxelles. Specialista della Storia della scienza cinese, e della storia dell’incontro tra l’Europa e la Cina, è membro dell’International Academy of History of Science. Fra le sue numerose pubblicazioni anche due romanzi, best-seller internazionali: L’amico di Galileo (Rizzoli, 2006), e Il sipario di giada (Sonzogno, 2008).

 

Forse era un ghiacciaio

Forse era un ghiacciaio. Come un mantello, che una volta doveva essere stato candido, quello strato grigiastro e triste era drappeggiato sui fianchi della montagna, digradando senza leziosità fino a che il massiccio risaliva per creare un’altra cima, e un’altra, e un’altra ancora un po’ più lontano. Cime. Tutte grigiastre e tristi. Nessun bagliore sulla superficie, appena qualche chiazza lucida, orridi occhi umidi, spalancati sulla coltre gelata.

«Là sotto ci saranno sepolti i soldati del ’15-’18 », pensò Gianni. «O la mummia di un ominide preistorico con la lancia ancora infissa tra le costole del mammuth. Roba morta. In quella pellicola sgraziata, neanche una stella alpina…»

Uno scossone. Un ronzio come di un alveare.

«Un giorno ci saremo io e Maria, sotto terra, ricoperti da un sepolcro di ghiaccio come questo. E senza la compagnia di uno scheletro di mammuth, al massimo l’immondo verminaio che nasce dai cadaveri. Senza soldi, figli non se ne devono avere, i nostri discendenti saranno dei vermi…»

Un attimo, e su quella colata insensibile che pareva una strada malamente asfaltata, guizzò l’ombra rapace dell’aereo e ghermì una valle appena innevata, lunga e stretta, cupa e solitaria, nera come una caverna.

Un altro scossone. Il suono metallico di un campanello. Un annuncio in quella lingua che si sente soltanto sugli aerei, fatta apposta per non essere compresa.

Giulio si guardò attorno. Un lieve tramestio: gli schiocchi delle cinture che venivano allacciate. Poi, l’immobilità assoluta. Sembrava che un’epidemia avesse fulminato tutti i passeggeri, paralizzandoli. Questi sì, che sembravano tutti morti, alto che ominidi e soldati! La sua vicina si era addormentata con un libro aperto tra le mani, un sottile filo di bava le colava sul mento. Davanti, oltre gli schienali, teste, solo teste, fortissimamente teste: uno strato di capelli saldati alle poltrone, che arrivava fino alla cabina di pilotaggio. In diagonale, un giovanotto con gli occhi ipnotizzati dallo schermo di un computer, anch’egli assente, rigido, come stecchito. Nessuna voce, nessun sospiro, nessun colpo di tosse. Neanche il pianto di un bambino. Solo il ronzio delle api inferocite.

Fuori, intanto, il paesaggio stava cambiando. Le montagne erano diventate colline, il bianco sporco si era trasformato in boschi plumbei, gli occhi umidi s’erano come congiunti, fusi assieme, dando vita a un grande lago bordato da villaggi di cui s’indovinavano i campanili aguzzi. Qualche nuvola tra l’ala metallica e il suolo.

Gianni prese automaticamente dalla tasca un quadernetto più piccolo della palma della sua mano. Lo aprì. Sulla prima pagina campeggiava il numero di Antonio, suo cugino. La prima cosa da fare appena atterrato, era telefonargli. L’idea lo emozionava, non lo vedeva da quando, a ventiquattro anni, era partito per trovare lavoro a Bruxelles, e da allora non era più voluto rientrare in Italia: « Non ci metto più piede, è un Paese di merda! », aveva scritto alla madre dopo neanche un mese che era all’estero e si era impiegato. Di tanto in tanto telefonava; i fratelli erano andati più volte a trovarlo, ma lui mai più era ritornato a Napoli. Era incarognito contro la città e l’Italia tutta: «Qui mi hanno mangiato la gioventù! Mi hanno divorato le speranze!», aveva gridato in aeroporto quand’era partito. Dodici anni fa. E pensare che appena un paio di mesi prima che emigrasse, la madre aveva avuto un infarto… Ma lui, niente! Come se Napoli e l’Italia gli avessero fagocitato anche i sentimenti, lo avessero abbrutito, svuotato, trasformato in uno che scappa dalla galera senza preoccuparsi di fare morti e feriti. «Cambio vita, anzi, comincio a vivere!», aveva ringhiato, gonfio di rabbia, prima di precipitarsi nella sala degli imbarchi, scomparendo per sempre. E l’aveva veramente cambiata, la vita, si era addirittura sposato con una belga, e aveva due figli. Lui sì che non avrebbe lasciato soltanto vermi, sulla faccia della Terra…

Ancora parole strascicate dagli altoparlanti, e le api. E un tintinnio. Il carrello lungo il corridoio, spinto da uno steward dal ciuffo biondastro e spiritoso.

Gianni ripose il quadernetto in tasca. Chissà se Antonio era invecchiato. Quand’era al paese sembrava sempre il più giovane della comitiva, le ragazze ne erano ammaliate ma esitavano a baciarlo per timore di mettersi con uno più piccolo. Che fascino! Quando sorrideva, era come se si fosse levato il sole, quando parlava tutti tacevano, le sue lunghe ciglia fremevano quando ti fissava. Non si sapeva se i professori gli avevano sempre dato ottimi voti per la sua bravura oppure perché stregati da quel sorriso, da quella voce, da quelle ciglia. Eppure neanche lui, dopo la scuola, era riuscito a trovare lavoro. Nessuno più era rimasto affascinato da quel volto seducente e irrestibile. E lui se n’era andato.

Un’altra occhiata all’Europa che sfilava ottomilla metri più sotto. I boschi plumbei erano diventati quasi verdi, e si alternavano con vaste pianure nelle quali trionfava, ovvia, la geometria dei campi. Agglomerati ordinati di case, snelli complessi industriali sui quali svettavano le ombre delle ciminiere.

Gianni si abbandonò sullo schienale. Guardò l’ora: fra poco sarebbe atterrato. Tirò un lungo sospiro e avvertì una stretta aggrovigliargli lo stomaco. E sentì sulla bocca l’ultimo bacio che gli aveva dato Maria con le sue labbra rosse come le fragole, prima di sussurargli all’orecchio: «Ti amo. Ma se non trovi lavoro, non ti sposo.»