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Caso Cancellieri: ‘diversamente morali’: l’Europa ci vede così

Che il Corriere della Sera possa pubblicare l’editoriale di prima pagina, quello che dà la linea del giornale, scrivendo che “bisognerà mettersi d’accordo sugli standard di moralità pubblica”, la dice tutta sugli standard di moralità pubblica raggiunti nel nostro Paese. Per difendere un ministro in nome di una non precisata stabilità, si passa sopra ai principi basilari che tengono unito uno Stato. Stupisce ancora di più, almeno me, perché il pezzo è firmato da Antonio Polito, che non è un cerchiobottista qualsiasi, di quelli che lanciano un monito un giorno sì e l’altro pure.

Polito è stato mio direttore quando scrivevo al Riformista, posso dire di conoscerlo come persona dalle analisi lucide che non ha paura di andare contro qualche potente. Resto doppiamente di stucco, quindi, quando leggo: “Gli italiani non ne possono più dei livelli record di corruzione, favoritismo e nepotismo; ma il mondo politico è diviso sulle sanzioni. A un estremo ci sono quelli che perdonerebbero tutti per condonare se stessi; all’altro i Torquemada che condannerebbero chiunque per guadagnarsi il favore popolare”. Tra questi due estremi bisognerebbe trovare un minimo comun denominatore di moralità? Lo standard di moralità è uno: o una cosa è morale, o è immorale. E non è una questione di favore popolare, ma di giustizia e senso comune.

Nei “paesi virtuosi ed esigenti”, cui fa riferimento il Corriere, dove i ministri si dimettono per non aver regolarizzato una colf o per aver copiato a un esame, questo è lo standard di moralità. Non ci sono casi di “diversamente morali”. Per chi vive in un paese civile, e Polito ha abbastanza dimestichezza con il mondo anglosassone per sapere di cosa parlo, non c’è bisogno di mettersi d’accordo sugli standard di moralità pubblica, perché non variano a soffietto a seconda delle convenienze politiche. E mi spiego con un esempio, tanto per essere più chiari. L’Evening Standard, il quotidiano della sera di Londra, pubblicava l’altroieri un articolo che sembra fatto apposta al nostro discorso. Sotto la testatina “Lettera da Milano”, il giornalista Michael Day raccontava scandalizzato che nel capoluogo lombardo 3. 398 persone, tra politici, uomini d’affari, celebrità hanno pass speciali che permettono loro di passare in macchina nelle zone a traffico limitato, comprese le corsie preferenziali riservate a bus e ambulanze.

Tra i vip privilegiati, il giornalista inglese cita anche Barbara Berlusconi (con pass di servizio in quanto figlia?) e i cardinali alla guida della diocesi: il cardinal Tetta-manzi prima e il cardinal Scola poi. Per chi vive in un “paese virtuoso ed esigente”, che un alto prelato usi una corsia preferenziale, è semplicemente inconcepibile. L’arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa Anglicana, gira in metropolitana. Il giornalista scrive, testuale: “Anche a Milano, la città che si ritiene più vicina, geograficamente e socialmente al resto d’Europa, ci si è perfettamente adeguati all’istinto di arraffare quello che puoi a scapito del concittadino”. Tutto è collegato. Se il Corriere della Sera, il giornale della borghesia lombarda, il giornale della Milano che fu capitalemorale, discetta sugli standard di moralità pubblica, poi non ci possiamo lamentare se Barbara Berlusconi e il cardinal Scola e gli altri 3396 scorrazzano impunemente e se ne infischiano del resto del mondo. Se lo standard di moralità pubblica ormaisièassuefattoaquestoandazzo, chi può dire che è immorale usare la corsia delle ambulanze se non sei ferito?

Tornando al caso scatenante, la condotta della ministra Cancellieri, non c’è bisogno di spargere veleni, di trasferire le inchieste, di intorbidire le acque. Anche un semplice sospetto del genere, in un “paese civile” avrebbe consigliato al ministro di dimettersi. O meglio: le dimissioni le avrebbe pretese il capo del governo. Ma il vero dramma è che in Italia siamo diventati tutti “diversamente morali” e quindi si trova normale negoziare, di volta in volta, “lo standard di moralità pubblica”.

Twitter: @caterinasoffici

Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2013