Politica

Dalle Camere al Quirinale: l’autogoverno inviolabile degli organi costituzionali

I giudici non entrano, indagati e condannati non escono. Così l’autodichia ha prodotto l’impunità al potere e il balletto sulla decadenza di Berlusconi che tiene in stallo il governo. E senza che sia previsto dalla Carta, il principio di autonomia è calato dentro i "parlamentini", regalandoci scandali e ruberie in tutta Italia

“Le Camere si autogovernano, si autogestiscono al di fuori dei controlli della legge. Né la Guardia di finanza, né la Corte dei Conti, né gli ispettori possono entrare a controllare ciò che accade”, denuncia Irene Testa, coautrice di “Parlamento zona franca”. I presidenti di Camera e Senato, tra le altre cose, sono anche i dominus dell’accesso per motivi penali. Il 25 settembre 2012, quando viene arrestato il direttore dell’ufficio postale del Senato, Renato Schifani, in qualità di presidente dovette fare un comunicato stampa in cui precipitosamente assicurava la “piena disponibilità a collaborare all’interno di Palazzo Madama”. Perché, a rigor di regolamento, se i finanzieri avessero voluto fare un controllo con cani antidroga avrebbero dovuto chiedere preventivamente una liberatoria. Anche questo è autodichia.

Al fondo c’è ancora quel principio-feticcio di una cittadella che si è resa inviolabile dall’esterno, con Parlamento e organi costituzionali che continuano ad avocare a sé il potere di disciplinare, con propria regolamentazione, tutta l’attività che si svolge nella loro sfera interna, dall’organizzazione dei lavori a quella degli uffici e dei servizi, alla scelta ed alla nomina dei dipendenti, alla determinazione ed alla gestione della dotazione, alla potestà di giudicare le controversie insorgenti con il proprio personale. E massimamente sui propri membri, deputati e senatori. Il risultato finale, comunque la si guardi, è paradossale: proprio nel luogo dove avviene il processo di formazione delle leggi, la legge non può entrare.

Craxi, Lunardi, Matteoli, Calderoli, Cosentino. E’ lungo l’elenco dei “salvati” dal carcere perché inquilini, tutti, della città-stato nella Repubblica. Il loro scudo è l’insindacabilità nel giudizio sull’ammissibilità e la permanenza che la Costituzione prevede come garanzia di autonomia e indipendenza da altri poteri (leggi magistratura). Nella pratica però i partiti hanno utilizzato il principio dell’autodichia come merce di scambio per altre poste. “Anche la vicenda della decadenza di Berlusconi – spiega il costituzionalista Andrea Morrone – discende questo principio, laddove la Costituzione (art. 66) assegna a ciascuna camera il giudizio dei titoli ammissione dei suoi componenti e delle sopraggiunte cause di ineleggibilità e incompatibilità. Solo un eletto può decidere della decadenza di un altro. Bisognerebbe fare come in altri paesi – insiste Morrone – che hanno modificato questi aspetti dell’ordinamento, come la Germania o la Spagna, dove il giudizio sugli eletti è rimesso a un organo terzo come la Corte Costituzionale. Sul caso Berlusconi, per dire, la questione sarebbe già nelle mani della Corte, che avrebbe ormai deciso e oggi avremmo la soluzione a questo nodo che impegna da mesi gran parte della vita politica del nostro Paese”.

Ma l’autodichia, si diceva, è diventato presupposto per l’impunità dei singoli o per compromessi tra i partiti su altre poste. Si ricorderà, tra i tanti esempi, il braccio di ferro con sgambetto sul caso di Nicola Cosentino, il coordinatore del Pdl in Campania. Il 10 gennaio 2012 la Lega decide che il voto in giunta è un occasione d’oro per mettere in difficoltà gli alleati del governo Monti, Pd e Pdl. Tre giorni di suspense, poi segue il voto segreto in aula che ribalta la decisione per 11 “no”. Sulla testa di Cosentino, allora, si era giocata una partita politica che come esito finale ha consentito a un indagato per associazione mafiosa di evitare il carcere. Lo stesso copione, in scala maggiore, si sta ripetendo con la decadenza di Berlusconi che incrocia e ipoteca da mesi il destino del governo Letta. Potere dell’autodichia.

La stessa legge Severino, a ben vedere, si è dovuta piegare alle sovrane leggi della zona franca: per i componenti delle assemblee elettive locali la legge 235/2012 prevede la sospensione/decadenza automatica, con una semplice comunicazione delle questure; non per il parlamentare e il consigliere regionale, del loro destino possono decidere solo i “pari” e non altri. Il senso autentico dell’autodichia e quello deteriore, praticato fuori dal dettato costituzionale, s’incrociano e si confondono impedendo ogni ipotesi di rimedio normativo e favorendo il contagio. “Finché le immunità parlamentari verranno impropriamente invocate a tutela di quegli ambiti che esulano dalla funzione tipica delle Camere e che sono invece propri di qualsiasi altro organo o pubblica amministrazione, il Parlamento continuerà ad essere una zona franca sottratta alla grande regola dello Stato di diritto”, spiega ancora la radicale Testa. Che incalza così il Parlamento a trovare il coraggio per abolirla: “L’autodichia che sottrae le amministrazioni degli organi costituzionali alla legge ordinaria è frutto di un’interpretazione, un arbitrio dal quale si può tornare indietro senza violare l’articolo 66 della costituzione”. Ma questa battaglia non sembra destinata a fare breccia nei cuori parlamentari. Anche perché la “zona franca” si è allargata ed estesa ad altri ambiti, come dimostrano gli scandali e le inchieste sui “parlamentini”.

Nei consigli regionali l’autodichia c’è arrivata di fatto: i gruppi decidono a piacere di aumentarsi fondi e prebende, di rendicontare o meno le spese, di ammettere quello che vogliono a rimborso. E la Corte dei Conti non ha potuto metterci becco. Ci sono 20 consigli regionali sotto inchiesta per questo. Il principio ritorna poi, sotto altre forme, nella sanatoria che il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani ha recentemente suggerito per escludere i consigli regionali dall’assoggettabilità dei magistrati contabili introdotta dal governo Monti. Perché gli autodidatti dell’autodichia, ormai, han fatto scuola.