Emilia Romagna

Arturo Martini, il sogno della terracotta e la materialità della carne

La relatività del “essere”. Il “rischio della bellezza”. La consapevolezza del “tempus fugit”, ossia della materialità della carne. Parole chiave per la scultura di Arturo Martini in mostra a palazzo Fava con Creature, il sogno della terracotta (fino al 12 gennaio 2014). Una mostra che espone per la prima volta assieme le grandi terrecotte a esemplare unico realizzate dall’artista tra il 1928 e il 1932.

Occhi che guardano oltre e indagano la fugacità della vita attraverso il corpo-involucro contenitore di altro. Il corpo, emblema perfetto del richiamo alla nostra condizione di mortali e della vanità di tutte le cose della vita percepita. L’artista, agevolato dalla tecnica utilizzata, fa emergere la materialità della figura rappresentata, realizzata esclusivamente con l’uso delle mani. Mani guidate dall’idea che plasmarono e distrussero, poi frammentarono e rimodellarono un capolavoro che tra i sedici in mostra è considerato ancora oggi l’opera più equivoca: La Lupa (1930-31). Figura ardente e bramosa, peccatrice trafitta dalla freccia, contratta dal dolore e dal desiderio di vita posta però dinanzi all’orrenda verità della morte.

L’anatomia rappresentata dallo scultore naturalmente vuole colpire, trattenere lo sguardo, rendere percettibile a fior di pelle il tepore della carne e condurre di conseguenza chi guarda, a prendere coscienza della propria condizione. Nulla di più naturale in questa visione d’artista, dell’attenzione prestata ai minimi dettagli dell’opera: oggetti banali come i sassi, non invadenti però più che mai eloquenti, in realtà, rappresentano molto di più di un semplice ornamento. Un tuffo nel mito con una chiara interpretazione degli antichi, della scultura classica e moderna. Quasi un richiamo ai lapiti di Michelangelo giovane che usano le rocce come armi, però con una differenza essenziale: la scelta della terracotta, materia calda e “tenera” che sconvolse e reindirizzò il gusto della scultura italiana negli anni trenta del novecento.

Come nelle rappresentazioni teatrali, l’opera prende vita di fronte al pubblico astante che celebra l’arte interpretandola. Quasi una cerimonia di “finalizzazione”, portata a compimento, inevitabilmente, tenendo presente il ruolo cruciale del contenitore dove l’opera è esposta. La Lupa è immancabilmente messa in relazione con il racconto “narrato” dai Carracci nel fregio sovrastante nella splendida cornice di Palazzo Fava. Non è da sola ma “balla da sola”. Come un’eroina dell’Eneide si propone con un certo protagonismo, quasi con certezza voluto dall’artista stesso al momento della sua creazione.

L’artista trevigiano è oggi da molti considerato il massimo rappresentante della scultura italiana del novecento.

” La vita non è che un sogno,

la gloria non è che un’apparenza,

le grazie e i piaceri non sono che un pericoloso inganno:

tutto è vano in noi… “.

 (Jacques Benigne Bossuet, 1670 ca.)

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