Cronaca

‘Ndrangheta a Milano, torna in libertà il luogotenente della cosca Barbaro-Papalia

Antonio Perre è accusato di asociazione mafiosa, detenzione di armi e ricettazione. Il tribunale ha accettato il ricorso del legale Amedeo Rizza. In attesa dell'appello bis, il presunto barccio destro dei boss è tornato in Calabria

La pattuglia dei boss alla milanese in carcere perde l’ennesimo componente. Da ieri, infatti, Antonio Perre, classe ’84 è tornato in libertà. Scarcerato e subito rientrato in Calabria. Destinazione: Platì dove ha l’obbligo di dimora. Secondo la Procura antimafia Perre, soprannominato Toto U Cainu, per anni, e nonostante la giovane età, è stato il braccio destro di Salvatore Barbaro, erede designato della cosca Papalia di Buccinasco. Merito della scarcerazione è di Amedeo Rizza, il suo nuovo legale nominato nel settembre scorso. Fino a quel momento, infatti, Perre aveva chiesto la scarcerazione con esiti negativi. L’11 ottobre l’ultimo ricorso questa volta accettato dal Tribunale di Milano.

Nel 2009 Toto Perre finisce nel blitz della Dia di Milano. E’ l’operazione Parco sud, coordinata dall’allora neo-capo dell’antimafia milanese Ilda Boccassini. Al centro la ‘ndrangheta che dopo il movimento terra sceglie di infiltrarsi nel mercato immobiliare milanese attrraverso una holding con sede in via Montenapoleone. Al vertice dell’organizzazione, sostiene la Procura, c’è Salvatore Barbaro e suo padre Domenico. Salvatore, in più, si porta dietro un pesante legame di sangue avendo sposato la figlia di uno dei capi della cosca Papalia.

Perre, che all’epoca vive a Motta Visconti, riesce a scappare e si butta latitante. Con lui fugge anche Domenico Papalia figlio di Antonio, per anni capo della ‘ndrangheta per il nord Italia. Il 14 settembre 2010, dopo oltre un anno da fuggiasco, Perre si consegna ai carabinieri di Platì. E’ il giorno del suo compleanno, davanti ai militari si presenta con un bella fetta di torta. La sua carcerazione inizia cinque giorni dopo. Il 28 ottobre 2010, con rito abbreviato, viene condannato a 9 anni e sei mesi, ridotti in Appello, e per via del rito alternativo portati a 6 anni e sei mesi. L’accusa principale è quella di associazione mafiosa alla quale si associano tre reati minori tutti aggravati dall’articolo 7 (l’uso del metodo mafioso).

Nel giugno 2013, la Cassazione annulla con rinvio la sentenza d’Appello. Viene bocciata l’associazione mafiosa. Prima conseguenza: Domenico Papalia, erede diretto del casato mafioso, torna libero, passa qualche settimana a Buccinasco, dopodiché scende a Platì. Nel picoclo paese della Locride già si è trasferito il fratello Pasquale, condannato in abbreviato per l’inchiesta precedente a Parco sud. E ora ecco arrivare anche Perre. Scarcerato perché, a differenza dei primi ricorsi, l’avvocato Rizza ha scovato un articolo del codice di procedura penale fino ad ora non ancora utilizzato. Si tratta dell’ex articolo 300 comma 4. Articolo che viene citato dalla Cassazione in un caso analogo a quello di Perre. Secondo i giudici infatti la persona va scarcerata se il periodo di pena inflitta è inferiore a quella già sofferta. E’ il caso di Perre che, scorporata la condanna per associazione mafiosa (caduta dopo l’annullamento della Cassazione) per i restanti reati ha incassato un anno e mezzo di carcere. Periodo, ragiona Rizza, totalmente scontato visto che la carcerazione di Perre inizia nel settembre 2010.

Nel frattempo, pochi giorni fa, sono state depositate le motivazioni dell’appello bis per l’inchiesta Cerberus. Un replica dovuta alla bocciatura della Cassazione sull’ipotesi di 416 bis. In 390 pagine il nome di Perre compare più volte con il ruolo di erede designato per proseguire gli affari di Salvatore Barbaro. Affari interrotti dopo l’arresto del 2008.