Società

Chiesa, la caccia all’ateo ‘anonimo’ è fuori moda

L’Arcivescovo di Milano Angelo Scola lancia l’allarme: i cristiani della diocesi più grande del mondo sono a rischio di “ateismo anonimo”. Ovvero di “vivere di fatto come se Dio non ci fosse”. È un tema portante e costante della sua proposta pastorale, tanto che vi ha dedicato un intero volume, Non dimentichiamoci di Dio (Rizzoli), e ora diventa la proposta d’impegno per il nuovo anno pastorale 2013-2014, esposta nella lettera “Il campo è il mondo”.

È normale che il leader di una comunità religiosa faccia il suo mestiere e dunque richiami i suoi preti e fedeli a “evangelizzare la metropoli”, constatando che (anche) a Milano avanzano i processi di secolarizzazione: diminuiscono i battezzati, meno persone partecipano alla messa domenicale, meno studenti seguono le lezioni di religione a scuola, meno coppie si sposano in chiesa…Diminuiscono clamorosamente i preti sfornati dalla diocesi ambrosiana: erano quasi un centinaio all’anno tre decenni fa, ora non sono più di una ventina. Scola mette a fuoco un processo che è sempre stato una delle ossessioni del movimento da cui culturalmente proviene, Comunione e liberazione: il diventare minoranza dei cristiani. “Il cristianesimo sta diventando”, scrive nella sua lettera , “una minoranza anche nella nostra diocesi ed è qui che si insinua questo atteggiamento che ho chiamato ateismo anonimo… Soprattutto alle generazioni dei venticinque-cinquantenni Dio sembra non interessare più”. Ecco dunque la proposta di Scola: la Chiesa deve tornare a evangelizzare, ad avere l’ambizione di conquistare nuovi fedeli, invece di continuare a perderli.

È legittimo, fa parte della ragione sociale della Chiesa cattolica. Quello che colpisce, però, è l’impostazione culturale della proposta e le sue differenze da altre proposte nate dentro la stessa Chiesa cattolica. La prima che viene in mente è quella di Carlo Maria Martini, che ha segnato la vita (non soltanto religiosa) di Milano. Martini, piuttosto che sguinzagliare i suoi preti e i suoi fedeli a caccia di nuovi adepti, invitava quelli già “dentro il recinto” (primi fra tutti i preti) a mettere in discussione la propria fede e a “convertirsi”. Piuttosto che inseguire e colpevolizzare gli “atei anonimi”, Martini si metteva all’ascolto dei non credenti, posti “in cattedra” per cercare spunti di valori che non hanno recinti.

Pare seguire questa stessa strada Papa Francesco, che a coloro i quali si professano atei dice: “Se obbedite alla coscienza avete il perdono di Dio”. Perché “anche per chi crede, la verità non è assoluta: non la possediamo, è lei che ci abbraccia”.

Milano esce da una stagione – culturale oltre che politica – in cui la fede aveva la faccia pubblica di tanti amministratori (primo fra tutti Roberto Formigoni) che declinavano il loro senso religioso in una pratica onnivora e mondana che perfino molti cristiani della diocesi che fu guidata da Martini facevano fatica a riconoscere come vicina ai propri valori e alla propria spiritualità. La testimonianza di un Incontro destinato a trasformare la vita si risolveva nella costruzione di “opere ” e nell’affermazione di una “presenza” che esibiva più potere che fede.

L’arcivescovo Scola sa che quella stagione è finita e prova a cercare nuove vie in una diocesi che resta profondamente segnata dall’insegnamento di Martini e in una Chiesa cambiata dall’arrivo di Papa Francesco.

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il Fatto Quotidiano, 12 Settembre 2013