Scuola

Ministro Carrozza, priorità alle parole o ai fatti?

È certamente apprezzabile il fatto che il governo Letta abbia dichiarato esplicitamente che i tagli futuri non riguarderanno in alcun modo la scuola. Purtroppo, però, queste parole, pur essendo d’effetto, non rispondono esattamente alla realtà. 

Qualche giorno fa, durante la festa dei Democratici a Firenze, il ministro Carrozza ha riproposto alla platea la lettura “etica” che il governo farebbe della scuola e della sua funzione: la scuola come priorità, la lotta alla dispersione, l’innovazione. Sono parole che ascoltiamo da mesi, ormai. 
Lunga è stata – secondo una consuetudine ormai consolidata – la tirata riservata ai precari: ingiusta condizione esistenziale e professionale di decine di migliaia di docenti ed Ata, assunti in autunno e licenziati in estate, nonostante titoli, specializzazioni e competenze; e nonostante – soprattutto – la continuità didattica (ormai: questa sconosciuta!).

La responsabilità è dei tagli della Gelmini, ha sostenuto Carrozza. Evitando però di ricordare che i tagli operati dalla Gelmini sono stati dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato con sentenza del 30 luglio del 2011. Ha tentato di rinfrescarle la memoria l’avv. Mauceri, presente alla festa: è lui che ha patrocinato il ricorso contro le circolari sull’organico degli anni scolastici 2010 e 2011, ottenendo l’accoglimento da parte del Tar e dello stesso Consiglio di Stato.

Alla semplice domanda relativa al motivo per cui i decreti illegittimi della Gelmini non siano stati ritirati, non è seguita alcuna risposta. Questo silenzio imbarazzato e fidente nella tradizionale disattenzione dei più, costituisce una circostanza perlomeno curiosa per un governo che si dice disposto a tutto, pur di risolvere la condizione del precariato. Infatti, con un’unica mossa – il ritiro dei decreti – si azzererebbero i tagli operati negli anni scolastici 2009-10 e 2010-11; si ripristinerebbe un principio di legittimità; si darebbe concretezza immediata a parole che lì per lì suggestionano, ma che alla lunga assumono l’aspetto di una litania priva di sostanza; e che certamente non risolvono i problemi della scuola e degli individui.
Diretti interessati che, peraltro, stranamente non si mobilitano per ottenere l’esecuzione di quelle sentenze. Ancora più singolare è l’acquiescenza delle regioni di centro sinistra, che – ripetutamente snobbate dalla Gelmini – né hanno promosso, come sarebbe stato logico e legittimo fare, alcuna impugnativa dell’operato illegittimo della ministra; né  – fatto ancor più grave – hanno chiesto l’esecuzione delle sentenze.

A proposito di parole. Sta per iniziare la scuola e, come si diceva, si sono moltiplicati i proclami di stabilizzazione dei precari. Vito Meloni, responsabile scuola di Rifondazione Comunista, ci invita a fare i conti rispetto alle 11.268 immissioni in ruolo, sbandierate dal governo come fatto inedito e rivoluzionario rispetto al passato. “È la quota più bassa degli ultimi anni, perfino inferiore a quanto previsto dal precedente governo che, certo, quanto ad accanimento contro la scuola e i suoi lavoratori non scherzava. Facciamo due conti: il decreto con il quale il ministro Profumo ha indetto, tra mille giustissime contestazioni, il “suo” concorso metteva a bando per questo anno scolastico 7.351 posti, degli 11.542 distribuiti in due anni. Poiché, per legge, le immissioni in ruolo devono essere fatte in misura uguale dal concorso e dalle graduatorie ad esaurimento, il totale delle assunzioni avrebbe dovuto essere di 14.702 posti. All’appello mancano dunque 4.500 cattedre. Un’autentica beffa!”.

Delle due, l’una. O qualcuno al Miur è debole in matematica, non informa e consiglia malissimo un ministro che, fino a 5 mesi fa, faceva il rettore dell’Università Sant’Anna e certamente aveva scarsi o nessun contatto con il mondo della scuola reale; o – sulla scia della migliore tradizione bipartisan degli ultimi lustri – la propaganda degli annunci sta tentando di manipolare coscienze ed edulcorare realtà.