Società

Marocco: il pollice verde del Ketama

La strada per Issaguen sale sinuosa per il crinale. Alle prime pendici del Rif l’aria si fa sempre più fresca, dà ossigeno anche alla Rabmobile che romba di ritrovata giovinezza. Cominciamo a capire che per stare bene in Marocco d’estate conviene raggiungere le alture. Si comincia a vedere anche del verde. Covoni di paglia a forma di casetta, pini, abeti finché non cominciano i campi consacrati a un un’unica, inconfondibile coltura: la cannabis. Piante rigogliose e in piena fioritura per ogni dove: quando arriviamo a Issaguen siamo praticamente circondati.

L’Hotel Tidghine è un quattro stelle con camere da 30 euro a testa, ed è praticamente un mondo a sé. Dentro, pulizia, ordine, giardino rigoglioso con piscina (foto 1); fuori, il caos di uno stradone dove le auto si districano tra carretti e pedoni, e su cui grava una perenne nuvoletta composta dalla polvere e dal fumo delle grigliate (foto 2). Ricoveriamo la Rab nel posteggio dell’hotel, varcando un cancello principesco di ferro battuto, modello Versailles, con tanto di portiere in livrea, e subito un marocchino si precipita verso di noi: “Amico italiano, io tanti amici italiani, roma , milano, napole. Tu dove? Io abitare in montagna, piantagione. Tu dopo venire, parlare, tranquillo, prendere tè, tranquillo, come amici, parlare e vedere piantagione”.

Preferiamo stare sul vago e varchiamo la soglia dell’albergo. Il tipo non ci segue. Poco dopo, nella lobby, veniamo avvicinati da altri marocchini, tutti che ci apostrofano direttamente in italiano, tutti che hanno una piantagione, tutti che ci offrono di andare con loro a visitarla. A Issaguen hanno tutti il pollice verde, e anche l’indice. Tengono a specificare che la coltivazione secolare è consentita dalla legge, anche se sorvolano sul fatto che la vendita di hashish e kif (marjuana tritata) sarebbe illegale. Sarebbe.

Alla fine decidiamo di prendere il tè con due fratelli particolarmente insistenti. Dopo la solita offerta di visita alla piantagione, si va al sodo. Cercano di capire se siamo lì per affari o per turismo, ci parlano di quintali trasportati coi muli al mare e imbarcati su gommoni per l’Italia, di panetti che passano facilmente dalla frontiera con opportuni unguenti, di ovuli di tre grammi pronti per essere ingurgitati ed espulsi al di là del mare. Pensiamo ai nostri intestini disturbati e decliniamo l’offerta. I due non si scoraggiano e non ne vogliono sapere di mollarci, ma noi abbiamo l’asso nella manica.

Puntualissimo, Ernesto ci sta aspettando davanti all’albergo in un elegante caffettano grigio con tanto di cappuccio.

E via, lassù sulle montagne del Ketama. La Rab, come trasfigurata, tiene dietro alla vecchissima Mercedes del nostro anfitrione-fricchettone senza sforzo. Arriviamo in vetta; scendiamo, Ernesto ci fa strada tra le piantagioni di sua proprietà, coglie la cima di una pianta, la annusa inebriato e ce la porge in segno di benvenuto, come le danzatrici hawaiane con le ghirlande di fiori; poi si accalora nel parlarci del declino di Issaguen, ciò che ha trasformato la mitica valle del Ketama degli anni Settanta in un luogo di corruzione e affari. “Negli anni Novanta hanno piantato cannabis pakistana, che non centra nulla con il Ketama. Le pachistane producono di più ma la qualità non è quella delle nostre piante”. Quando dice “le nostre piante” gli brillano gli occhi. Capiamo che siamo in presenza di un fiero combattente per il mantenimento della specie autoctona di marijuana marocchina, e ci mostriamo partecipi.

Nella fattoria di Ernesto (foto 3 e 4) tutto sembra davvero essersi fermato agli anni Settanta, i tamburi, la sala da pranzo arredata con cuscini e semplici stuoie, le ceramiche dipinte. La moglie di Ernesto, una piacente signora sulla sessantina, ha preparato la sua specialità, il tajine di montone affumicato (qui il fumo lo si mette un po’ dappertutto).
Dopo il tajine, Ernesto afferra una maestosa pipa di legno, la carica di kif con aria professionale e ce la porge: il primo tiro spetta sempre agli ospiti. Noi, non fosse che per dovere di ospitalità, non ci tiriamo indietro. “Adesso ci vuole un po’ di musica” dice il nostro amico, che ci svela di essere anche un cantautore: imbraccia un rudimentale liuto e con l’accompagnamento della moglie alle nacchere ci fa sentire uno dei suoi pezzi preferiti, Lo scatolino, di cui, in segno di gratitudine, riportiamo la prima strofa.
 

Ci avevo uno scatolino

tanto tanto tanto carino

con tanto fumo dentro dentro dentro

 

(5-continua)