Società

Infanzia: ‘Where the children play’: pensieri estivi

Prima di entrare nel vivo, ritengo utile mettere le mani avanti, chiedendovi un favore personale: respirate profondamente una, due, tre volte. Rilassatevi. Tenete a mente che è estate e che altri vi propinerebbero il canonico giallo da ombrellone ispirato al fattaccio del momento. No, qui verrete trattati da lettori attenti e meritevoli di un articolo a tutto tondo. Però vi chiedo di rimanere estivi almeno nelle reazioni: siate indulgenti e non abbandonatevi a facili campanilismi. Mi farebbe piacere che non la metteste subito sul piano dell’eccolo qua, il solito Italiano che potrebbe pure andarsene, se qui le cose gli fanno così schifo. Ecco, evitate. E respirate, perché non è questo il punto. Il punto è che sono invidioso, come genitore e come educatore.

Rientro da un viaggio in un paio di Paesi che stanno più a nord del nostro, ma non tanto a nord. Non è nemmeno la prima volta che ci vado, anzi. Risparmiamoci però i confronti su questo e su quello perché non andremmo lontano: ognuno la pensi come gli pare. Circostanziamo, piuttosto, poiché quello che mi rode è il particolare fatto che lassù, che tu sia in città o in un villaggio di montagna, è certo che ogni cento passi potrai imbatterti in uno spielplatz, ovvero in un parco giochi. Dirò di più: in un bel parco giochi, di quelli che paiono disegnati da un Renzo Piano o un Calatrava. Non uno scivoletto di latta, due altalene cigolanti e un paio di dondolini a molla. No: piramidi di corda, ponti tibetani, castelli di legno poco più piccoli dello Sforzesco di Milano, tunnel, toboga, sabbiere ampie come la spiaggia di Jesolo, giochi d’acqua, collinette ed erbette e ghiaietto che ti guardi intorno mica d’essere finito sovrappensiero su un campo da golf a diciotto buche! Tante panchine e fontanelle d’acqua (potabile) così che non si sia costretti a cercare i tavolini di un bar. Spesso anche bagni pubblici, dignitosi e puliti come foste alla prima della Scala. E zero smerdine di cane, intorno.

Ovunque stuoli di mocciosi, non proprio tutti biondissimi, che giocano scalzi, si arrampicano, si rotolano, costruiscono, manipolano, fanno e brigano. Tutto ha un’aria così stimolante, creativa, variegata che verrebbe voglia di togliersi le scarpe e prendersi una fetta del divertimento, se non fosse che per età non si è ammessi allo spasso. Se avrete la bontà di sedervi un momento su quelle panchine, accanto ai genitori o alle babysitter di quei mocciosi, correrete il piacevole rischio d’essere contagiati da un clima di rara rilassatezza. Non incrocerete molti occhi vigili e apprensivi; non noterete legioni di genitori arpionati ai figli. Saranno quelle basse staccionate di legno che spesso delimitano il perimetro, sarà che il traffico d’auto lì vicino è quel che è, sarà quello che vi pare, ma la sensazione è che in quei luoghi d’infantile divertimento regni un forte livello di fiducia. Non è nemmeno detto che rivolgendo la parola ad un bambino, possibilmente non vostro, sarete subito bollati con sospetto.

Ecco cosa invidio così fortemente, in questo momento: l’incredibile quantità di spazi riservati da popoli adulti ai propri figli, spazi destinati allo svago dell’infanzia e alla socializzazione degli individui, non solo piccini. L’idea di cura, di sfogo e di stimolo che quei luoghi ispirano, il senso di armonia e interazione che ne deriva. Anche il decoro, non certo imposto da pattuglie di polizia. Ci si allontana da quelle oasi educative, dove squillano pochi cellulari, dove frusciano pagine di libri e si parla e si ride e si sgrida con tono rispettoso, appagati e con la certezza che il loro numero e il loro uso renda migliori. E con invidia, perché qui da noi se ne avverte la carenza. Qui da noi, in troppe città, si crede che bastino uno spiazzo, con un paio di dondolini a molla, l’altalena cigolante e uno scivolo di latta. E magari una panchina sbreccata su cui ingannare il frattempo pigiando i tasti di un telefonino e facendo finta, ogni tot messaggini, di guardare quei monelli dei nostri figli che ci chiedono di ammirarli mentre eseguono ardite acrobazie. Oppure per poterli tenere d’occhio senza sosta, perché non si sa mai, con le facce che ci sono in giro…

Ebbene sì: provo non poca ammirazione per popoli capaci di dedicare tempo e spazio ai divertimenti (all’aria aperta) dei propri bambini. E siccome l’ammirazione non vale per tutto, faccio loro una proposta: ci svelino il segreto, ci spieghino perché i loro figli hanno così tanti parchi giochi e di così invidiabile fattura. In cambio, sono disposto a spiegare loro l’ebbrezza che sta in un bagno dotato di bidet…