Cronaca

“Le mafie straniere proliferano, ma non ci sono soldi per tradurre le intercettazioni”

Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, denuncia la drammatica situazione economica con la quale sono costretti a fare i conti: "Non si possono fare indagini sulla criminalità non autoctona perché poi non c'è nessuno che interpreta le conversazioni"

Le mafie straniere, le cosiddette nuove mafie, premono sull’Italia, ma la magistratura ha le armi spuntate per contrastarle. Denuncia la necessità di più mezzi il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Giovanni Conzo, titolare nel capoluogo partenopeo di alcune tra le indagini più significative a contrasto della diffusione nel nostro paese della criminalità organizzata non autoctona. Nel 2008, per esempio, con l’operazione Viola evidenziò i livelli di penetrazione e la forte strutturazione della criminalità nigeriana, che in Italia aveva organizzato un fiorente traffico di esseri umani: manovalanza per le imprese edili e donne per il mercato della prostituzione, ma non solo. Fu scoperto che da questi criminali si riforniva pure il settore delle adozioni clandestine: bambini molto piccoli venivano rapiti da orfanotrofi nigeriani e portati in Italia, come nel caso di un minore finito in una famiglia del Nord est.

Indagini come queste, soprattutto sul fronte delle intercettazioni, hanno dei costi. Ma sempre meno questi possono essere sostenuti da una magistratura in perenne crisi economica. Conzo, per fare un esempio, parte da una delle criminalità organizzate più pericolose in azione oggi in italia, quella cinese. “I cinesi – dice il sostituto napoletano – che possono contare su un’economia illegale di grande profitto, hanno usante e riti molto differenti dai nostri. Per cui sono un universo inesplorato e vorrei dire inesplorabile”. “Inesplorabili – spiega – perché hanno tanti dialetti, tante lingue e fare intercettazioni telefoniche è difficile, perché è difficile trovare interpreti. La maggior parte di loro ha paura, ma non solo. Occorrono risorse per pagarli, visto che svolgono un lavoro che naturalmente deve essere retribuito il giusto. E così, se non ci sono i fondi, è evidente che queste indagini nemmeno possono iniziate”.

Giovanni Conzo, insieme al giornalista del Mattino Giuseppe Crimaldi, è autore del libro Mafie, la criminalità straniera alla conquista dell’Italia (Edizioni Centoautori, Napoli 13 euro). “Le mafie nostrane fanno affari coi criminali stranieri – dice Crimaldi – utilizzandoli, per esempio, come killer ‘mordi e fuggi’. Evidenze d’indagine, infatti, registrano personaggi slavi, soprattutto macedoni, rumeni e bulgari, che stanno dando una mano su delitti anche eccellenti alle nostre mafie. Queste, ed è paradossale, sembra rappresentino il vero deterrente per la diffusione a macchia d’olio della criminalità organizzata in arrivo da oltre confine; alla quale Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta e Sacra corona unita, tirano il freno, perché è nel loro interesse”.

Ma su un tipo di argine del genere non è corretto fare affidamento. Ecco perché la magistratura dovrebbe essere messa nella migliore condizione possibile per fronteggiare le nuove mafie. E’ di questa opinione anche Pierluigi Dell’Osso, Procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, dove si occupa proprio di mafie straniere. “Ce ne sono di varie specie – dice – africane, europee, sud americane, ma le mafie russe, per esempio, meritano un discorso a parte. Queste svolgono nel nostro paese soprattutto attività di riciclaggio, comprando notevoli patrimoni immobiliari. Penso alle ville sul Lago di Garda o quelle a Capri, a Ischia o ai complessi residenziale della Riviera romagnola; ma si impossessano anche di interi poli industriali, a volte anche in dismissione. Attività fatta in combutta con la ‘ndrangheta, che svolge per loro quasi un’opera di intermediazione”.

C’è poi un altro elemento da non trascurare, i rapporti con la politica. “Che tutte le mafie, quindi anche quelle straniere – termina Dell’Osso – usino la corruzione è un dato pacifico. La incontriamo in tutte le forme di criminalità organizzata, perché è l’elemento che fa sì che i traffici di droga, solo per fare un esempio, siano produttivi e incessanti. Certo non vedremo mai un albanese o un kosovaro parlare con un nostro ministro della Repubblica; invece esistono evidenze che ci raccontano di intermediari, quale anello di congiunzione tra i livelli politico e amministrativo e la criminalità organizzata straniera”.