Diritti

Dai checkpoint israeliani alla burocrazia italiana

Si chiama Ramzy Abu Assab ed è nato il 22 giugno 1986 a Gerusalemme est. Dal 2007 vive in Italia con un permesso di studio che deve rinnovare ogni anno. Parla arabo, ebraico, inglese, italiano, e francese, e dal 2010 è laureato al Dams di Firenze, con una tesi sul teatro francese a Parigi. Adesso sta portando a termine l’Accademia delle belle arti nel capoluogo toscano, ma ha deciso di rallentare i tempi perché teme di dover lasciare l’Italia una volta conclusi gli studi, visto che difficilmente troverà subito un contratto di lavoro valido per farlo rimanere.

Ramzy ama molto vivere qui. “Avendo un carattere forte e parlando molto bene l’Italiano, non ho avuto difficoltà a integrarmi – spiega. Trovo che il grande problema di questo paese sia la burocrazia, che non complica la vita solo a noi stranieri, ma anche agli italiani. Ricordo che all’inizio è stato un vero incubo per i documenti. Ci voleva così tanto tempo per il rilascio del permesso di soggiorno che puntualmente arrivava già scaduto, e io dovevo arrangiarmi con una ricevuta che comunque m’impediva di viaggiare all’estero e mi dava un sacco di problemi all’università. E quando andavo in questura a lamentarmi perché avevo bisogno del permesso, qualcuno mi ha anche risposto che se non mi stava bene come funzionavano le cose, potevo tornarmene nel mio paese. Adesso sto cercando di prendere la patente perché la mia qui non è valida, ma mi è stato detto che non posso fare l’esame di pratica perché sulla carta d’identità italiana  c’è scritto che sono nato in Israele, mentre sul permesso di soggiorno c’è scritto nato a Gerusalemme, e alla motorizzazione mi dicono che questa discordanza nei documenti non è accettabile”.

“Infondo – continua Ramzy – dovrebbero anche capire che non vengo da un posto troppo semplice dal punto di vista geopolitico. Teoricamente sono palestinese, ma nel concreto non ho nessuna prova di esserlo, considerando che ho un documento di viaggio israeliano e visto che dopo la dicitura Cittadinanza non c’è scritto niente, a parte un trattino. Un periodo ho anche provato a fare il riconoscimento di apolide, così da potermi almeno inserire in una categoria, ma devi presentare un sacco di documenti spesso introvabili, e alla fine ho rinunciato. Mi richiedevano persino un documento da parte d’Israele, che doveva dichiararmi non cittadino. Una cosa che non accadrà mai, perché il governo non ha interesse né a riconoscermi né a disconoscermi”.

Ripensando alla sua città natale, Ramzy afferma: “Mi considero anche abbastanza fortunato, perché nella zona in cui sono nato e cresciuto c’è una certa libertà di spostamento. Ma il territorio è disseminato di checkpoint con file spesso interminabili e abusi di potere di vario genere. Un periodo facevo il tecnico del suono in una radio di Ramallah, che dista circa 15 km da Gerusalemme, e mi è capitato di dover stare a dormire lì per quasi una settimana perché il checkpoint della zona non faceva più passare nessuno. Il funzionamento dei posti di controllo da noi è la notizia del giorno. Si sparge subito la voce su quali sia meglio evitare e quali prendere. Un periodo tocca a quello di Betlemme, un’altra volta è Jenin, e tu cerchi di organizzarti di conseguenza”.

“In questo periodo la cosa che più mi preoccupa – prosegue Ramzy – è la possibilità che mi venga negato il diritto di tornare a Gerusalemme il giorno in cui deciderò di farlo. Io per tornare a casa da qui ho un visto, come un turista qualsiasi. Ho un amico nato e cresciuto nella mia stessa città che dopo aver vissuto a Londra per alcuni anni e aver preso il passaporto inglese, ha perso la residenza permanente, che sarebbe quella che ti dà il diritto di vivere lì e accedere ai servizi pubblici, come la tutela sanitaria etc. La motivazione che viene data è sempre la stessa: motivi di sicurezza, e appellandosi a quella si può fare qualunque cosa, a volte anche abusando del proprio potere. Come l’ultima volta che sono tornato a Gerusalemme e ho viaggiato con un amico di Firenze, a cui hanno fatto imbarcare il giubbotto in una scatola di sicurezza, senza alcuna regione reale. Probabilmente solo perché volevano complicargli le cose visto che viaggiava con me”.

Ramzy ripensa con nostalgia al periodo dei primi anni ’90, durante il governo di Yitzhak Rabin, “quando gli israeliani frequentavano i mercati di Jenin e Gaza, e si respirava un clima molto positivo. Poi con Sharon è cambiato tutto. I checkpoint si sono intensificati e muoversi è diventato sempre più difficile. Inoltre, i media israeliani hanno creato un terrore forzato e autoalimentato nella testa della gente, facendo arrivare questo messaggio anche a livello internazionale, con notizie secche e prive di approfondimento, che non fanno capire nulla di quello che realmente succede. Tutto questo mi fa soffrire molto, anche perché io davvero credo sia possibile una convivenza fra i due popoli. Io ho degli amici israeliani e ho anche lavorato con molti di loro. Ma è evidente che la politica non cerca la pace, né dalla parte di Hamas, da cui non mi sento assolutamente rappresentato, né dalla parte del governo d’Israele. Eppure è soprattutto quest’ultimo ad avere il potere di cambiare le cose, essendo la parte più forte. Dovrebbero semplicemente smettere di creare questo clima di terrore e insicurezza e dare maggiori diritti ai palestinesi, così da lasciarli vivere serenamente. Continuare a fomentare quest’odio non ha senso. La gente comune non vuole altro che  una vita normale”.