Società

Furto in casa e il modulo prestampato: barra la casella ‘zingaro’

Succede, ed è davvero un evento traumatico, che malviventi scassinino porte o finestre e cerchino di derubarti in casa. La violenza di questa intrusione va oltre il danno del furto di denaro o oggetti preziosi che vengono portati via con la forza: si tratta di una violazione fisica dello spazio privato e intimo nel quale viviamo, ed è un reato grave e odioso.

Molte e molti di noi hanno purtroppo sperimentato questa evenienza, ed è bruttissimo, anche perché getta in una condizione di vulnerabilità, insicurezza e fragilità estrema.

Racconto una vicenda che mi ha coinvolta da vicino perché, oltre e al di là della vicenda stessa, mi ha fatto conoscere un lato preoccupante di chi dovrebbe stare dalla parte delle vittime e di chi è colpito da questa violenza intrusiva.

Accade che un’amica subisca una invasione nella sua casa: finestra divelta, così come strappati dal muro gli apparecchi antifurto presenti nell’appartamento.

Vengono chiamati i carabinieri, che in un primo momento annunciano che sarebbero potuti arrivare solo molte ore dopo rispetto a quando sono stati chiamati, (“abbiamo solo una macchina per una vasta zona”, è la spiegazione) poi, per fortuna, dopo tre ore una pattuglia si presenta alla porta. 

La prima frase che i due uomini in divisa pronunciano è: “Signora, sta arrivando l’estate, saran zingari“.

Mi astengo dal commentare, anche se trovo fastidioso dare per scontato che chi ruba appartenga solo ad una categoria etnica. Comunque ci sono i rilievi, le foto, la denuncia scritta che occorre poi portare all’assicurazione, nella speranza che alcuni danni possano essere rimborsati.

Capita che sia io a portare la denuncia all’assicurazione. Nell’attesa dell’addetta ne scorro il contenuto, e qui si passa al secondo livello della vicenda.

Noto che è un prestampato standart, con tipologie di eventi che, se corrispondono a quello che è successo, hanno a fianco delle caselle da barrare, evidentemente per facilitare l’organizzazione di chi raccoglie le denunce.

Nella parte finale, dove si chiede se ci siano evidenze riscontrate dalle vittime, c’è una parola, con la sua casella da barrare: c’è scritto ‘zingari’.

Zingari, negri, ebrei, omosessuali: una lista inquietante che compone un mosaico altrettanto allarmante della storia recente. Possibile che si tratti di una iniziativa isolata di un singolo ufficio? Possibile che le forze dell’ordine, spesso sensibili, come io stessa sono stata testimone, a temi sociali quali l’integrazione o la violenza su donne e minori, abbiano prestampati di questo genere da somministrare alla cittadinanza?

Possibile che si possa inchiodare su un documento ufficiale una intera categoria di persone come delinquenti? E anche, ammettendo per ipotesi, che la maggioranza degli ‘zingari’ fosse dedita al furto, come la mettiamo con la minoranza onesta e laboriosa?

Ho voluto sentire un amico attivista, lo scrittore ed educatore romeno Mihai Mircea Butcovan, al quale ho raccontato la vicenda.

Ecco cosa mi ha scritto in proposito: “Sentendo dell’esistenza di questo ‘dettaglio burocratico’ mi vengono in mente quattro domande spontanee.

La prima è se tra le varie voci elencate come possibili sospettati di furto nelle case d’Italia sia contemplata anche quella dei ‘politici’, onorevoli o meno onorevoli.

La seconda è se chi ha predisposto tale modulo per la denuncia ha pensato a una efficacia investigativa oppure a un dato statistico – poco scientifico peraltro – da usare un giorno nei proclami di imbonimento elettorale e diversivo.

La terza è una domanda più ‘orecchiabile’ rimasta in mente anni fa con l’ascolto di una canzone di Francesco De Gregori: “Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?

La quarta domanda – e poi mi prende lo sconforto –: ci sarà una solerte cancellazione e relative scuse per un errore concettuale e lessicale che, stante il dibattito degli ultimi 10 anni, non può essere casuale?

Soltanto la terza domanda esige una risposta individuale. Gli altri sono quesiti che devono avere una risposta collettiva. Di indignazione”.