Politica

Cultura, Letta può anche dimettersi

Se ci saranno tagli alla cultura mi dimetterò“. Così parlò Enrico Letta il 5 maggio durante la sua intervista a Che Tempo che Fa. Bene, ora chi glielo dice che rischia di dover mantenere la promessa? Tecnicamente non sarà un taglio in senso stretto, ma quello che il Consiglio dei ministri intende approvare oggi è forse peggio. É una sottrazione di competenze, di risorse, forse anche di dignità. Parliamo di una direttiva che sarà discussa (e che ha già fatto infuriare il ministro Bray) che estrometterebbe radicalmente le competenze dei Beni culturali dalla gestione delle emergenze a favore della Protezione civile. Si tenta così di tradurre in norma la pericolosissima prassi che si è verificata all’indomani del terremoto dell’Emilia, e che ha condotto alla distruzione dei campanili e dei municipi attraverso la “dinamite di Stato”.

L’abuso della Protezione civile e della sua possibilità di aggirare o calpestare leggi, competenze e procedure, è stata una leva fondamentale dello scardinamento berlusconiano del governo della Repubblica. Domani capiremo se il governo Letta proseguirà su questa strada, o se invece avrà autonomia per segnare una discontinuità. Il banco di prova non potrebbe essere più delicato, perché riguarda la sorte del patrimonio storico e artistico negli istanti che seguono un terremoto, un’alluvione o un incendio. L’esperienza insegna che quei momenti sono decisivi: è da come si interviene a caldo per mettere in sicurezza una chiesa, un campanile, una pinacoteca o una biblioteca che dipende quasi completamente la loro sorte successiva. E in Italia la tutela capillare delle soprintendenze e la loro tradizionale sintonia con i Vigili del fuoco rappresentano una vera storia di successo: dall’alluvione di Firenze al terremoto de L’Aquila, se c’è qualcosa che ha funzionato è stata la capacità dei funzionari dei Beni culturali di intervenire subito e bene, con competenze che nessun’altro possiede.

Un governo serio dovrebbe aumentare le risorse del Mibac destinate all’“attività finalizzata alla valutazione e alla riduzione del rischio sismico dei beni culturali” (che ammonta a soli 25 milioni euro, in lieve discesa per quest’anno e ancor più erosi per il prossimo). E invece la direzione appare – ancora una volta – opposta. E la cosa è tanto grave da aver indotto l’ufficio del segretario generale del Mibac a indirizzare al ministro Bray una richiesta di intervento, dai toni durissimi e irrituali, che il Fatto Quotidiano può anticipare.

Vi si legge che all’ultima riunione sul tema (tenutasi lunedì scorso presso la Presidenza del Consiglio) “siamo stati convocati all’ultimo momento e solo telefonicamente: peggio della polizia municipale!”. E soprattutto “Si è richiesto invano riscontro circa l’inserimento dei rappresentanti del Mibac nel Comitato Operativo della Protezione civile”.

La pesante eredità di marginalità lasciata da ministri come Bondi, Galan e Ornaghi fa dunque si che al Mibac nemmeno più si risponda. E non un problema di galateo: “Negli ultimi anni il rapporto tra il nostro ministero e il Dipartimento Protezione civile, che aveva come punto di raccordo molto attivo un Gruppo di lavoro misto denominato GlaBec, è stato progressivamente azzerato sia in relazione alle attività preventive che in quelle operative”.

Ma ora siamo all’apice della crisi: “L’estromissione del Mibac dal processo organizzativo dell’emergenza è gravissima – continua la nota – le nostre specificità sono evidentissime: nell’ultimo terremoto in Emilia se non avessimo attivato la NOSTRA organizzazione (le unità di crisi nazionale e regionale) non ci sarebbe stata alcuna azione immediata sui beni culturali, essendo prevalenti altre emergenze. Molti edifici pericolanti sarebbero stati abbattuti, nessuna cura particolare per le opere mobili ecc. Però poi noi siamo chiamati a rispondere di fronte alla legge e all’opinione pubblica!”.

La posta in gioco è chiarissima: se prevarrà la Protezione civile, la precedenza andrà ad altre emergenze, lasciando i monumenti senza le prime, decisive cure e lasciando alle soprintendenze solo il triste compito di – è sempre la nota interna del Mibac a parlare – “dare valutazione dei danni e dei costi di recupero”.

Può stupire la determinazione della Protezione civile, ma occorre ricordare che uno dei frutti avvelenati della gestione Bertolaso è stata la massiccia campagna di commissariamenti che hanno affidato a uomini della Protezione civile il governo di pezzi pregiati del patrimonio. A cominciare da Pompei: dove il commissariamento targato Bertolaso ha provocato la cementificazione del Teatro Grande su cui ora indaga la magistratura. Chi ci ha parlato, racconta che il ministro Bray ha fatto proprio il grido d’allarme della sua struttura, e che è ben deciso a tener duro in Consiglio dei ministri. Ma la caccia al patrimonio culturale è aperta: il ministero per lo Sviluppo economico vorrebbe dimezzare il tempo entro il quale il silenzio delle sguarnite soprintendenze italiane dovrebbe essere considerato un assenso a ogni intervento sul paesaggio. E lo stesso ministero preme per affidare ai privati con scopo di lucro la gestione dei siti culturali cosiddetti minori, in cambio di restauri fatti con il pericoloso strumento del “project financing” (che in Italia finisce per accollare allo Stato le spese e lasciare ai privati il profitto).

Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2013