Società

Marginalità, gigli ai piedi della Croce

Credo che la mia cifra si possa chiamare marginalità. E’ il motivo per cui le cose che scrivo hanno poi adottato lo status fino ad eleggerlo a poetica dei minimi, in definitiva quelli che stanno fuori sempre dal mondo giusto, per una ragione o l’altra. Mi piacerebbe raccontarvi qualcosa di loro, vorrei farlo, ne ho la competenza, dacché ho memoria non faccio altro. Sarà così, entreremo insieme nei deliri di Wojciek, etilista, senza dimora, polacco barbone di stanza nelle case occupate, nel loro slang pustostan, lo seguiremo in mensa alla Caritas, nei centri d’ascolto dove rovisterà tra gli indumenti usati – per poi indossarli distrattamente o renderli stracci o cilici della sua gogna perenne – o la sera sulle panche della stazione o in certi luridi pagliericci dove vergognosamente tenterà di riparare, difendendosi inutilmente dalle sue crisi di epilessia, marchio di fabbrica di un bevitore di lungo corso. Andremo in periferia, in certi orribili falansteri dove bruciano piccoli grandi inferni, dove scorrono i canaloni di fogna e i treni smettono di passare e i tossici finiscono in overdose, mentre calanchi e petroliere, senza tempismo senza armonia, si infrangono sull’orizzonte nascosto dalle fabbriche, dalle solite torrette che fumano veleni.

Vorrei raccontarvi tutto questo, come nella mia vita vera, ho preferito i deboli, i miei pochi amici sono insicuri, fragili, sono gigli ai piedi della Croce, spesso tremano, di un tremore cattivo. Le loro dipendenze, ho imparato, sono le vie del fuoco. A ogni post concluderò scrivendo in calce continua perché sono una che nutre speranza malgrado tutto, che blatera al primo che incontra “tranquillo amico, quel che tarda giungerà e accadrà” oppure “tranquillo amico, sparissero pure tutte le rondini del cielo, la primavera si annuncerebbe comunque”. Sono coerente, fedele allo stesso libro maledetto “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” che ho letto a nove anni: quel libro mi ha cambiato la vita. Da allora ho amato gli underground, ne ho avuto paura, non ho mai smesso di capire, ma sapevo già tutto, la kurfustentrasse, Christiane che batteva sui marciapiedi dell’Alexanderplatz, il succo di ciliegia dopo il viaggio, il trip, il gusto metallico dell’eroina. Le spade, la scimmia, le piste, il gergo che non era mio e che tuttavia avevo appreso didascalicamente leggendo le pagine di un diario maledetto, una specie di serpe covata in seno. Credo che sia cominciata così, con le luci finte dei sottopassaggi berlinesi dove non sono mai stata, con la musica di Bowie nelle orecchie. E’ cominciata allora la mia passione (è una vocazione?), non li chiamo perdenti, che ovvietà, che imprecisione, vi parlerò di loro. Sono gigli ai piedi di una Croce.