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Arabia Saudita, “re Abdullah è morto”. Ma è giallo sulle sue condizioni

Mistero sulla salute del capo di Stato dopo la notizia diffusa da una tv iraniana. Da tempo il sovrano non appare più in pubblico: gli analisti lo considerano un "riformista moderato". Ma la destabilizzazione potrebbe arrivare proprio dalla corsa alla successione

Resta il mistero sulle reali condizioni cliniche del re dell’Arabia Saudita, ‘Abd Allāh bin Abd al-Azīz Āl Saūd, conosciuto con il nome di AbdullahSecondo un reporter saudita del quotidiano Asharq Alawsat citato dall’emittente iraniana Press Tv, il sovrano sarebbe tenuto in vita dai macchinari in un ospedale di Rihad dopo che il suo cuore e i suoi reni avrebbero smesso di funzionare. Per ora non arriva nessuna conferma ufficiale dalla capitale e non è la prima volta che la notizia viene pubblicata da alcune agenzie e quotidiani di paesi ostili a Rihad, come nel caso del canale televisivo iraniano. Già nel 2012, infatti, si era diffusa la morte clinica del sovrano, poi smentita.

Ciò che è certo è che Abdullah da diverso tempo non appare più in pubblico e questo continua a sollevare indiscrezioni sulle reali condizioni di salute per ora tenute segretissime dalla famiglia reale. Abdullah è salito al trono nel 2005 come sesto sovrano dopo la morte del suo fratellastro Fahd, ed è il figlio diretto di Ibn Saud primo re e fondatore nel 1932 della nazione moderna dell’Arabia Saudita. E’ ritenuto da diversi analisti e dalla stampa internazionale un “riformista moderato”, termine da contestualizzare all’interno di una nazione che ha fatto della sua forza di potere e di coesione nazionale il wahabismo, movimento che si rifà alla purezza e alle origini dell’Islam.

Sotto il suo mandato, il Paese è stato solamente sfiorato nel marzo del 2011 dall’ondata delle prime rivolte della cosiddetta primavera araba. Proteste che, oltre ai massicci arresti di attivisti e oppositori, portarono il sovrano ad approvare un piano di 36 miliardi di dollari per ridurre la disoccupazione e riformare l’economia. La ricchezza petrolifera e il radicamento della famiglia reale (che è al potere nella regione sin dal diciottesimo secolo e occupa tutte le posizione chiave di potere dai ministeri alle forze armate) mantengono politicamente stabile il paese nonostante l’Arabia Saudita sia agli ultimi posti al mondo per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e in particolare la condizione della donna. L’ultimo episodio arrivato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale risale allo scorso marzo dopo la fucilazione di 7 detenuti e la condanna di due attivisti per i diritti umani a 10 e 5 anni di carcere.

Per il momento, secondo alcuni analisti, l’unico rischio di destabilizzazione potrebbe essere la successione del sovrano. Infatti, sono ancora in vita, anche se in età avanzata, diversi dei 53 figli del primo re Ibn Saud. L’immensa prole – divisa in clan a seconda della madre di appartenenza – si è spesso scontrata per quanto riguarda la successione al trono (due re sono stati assassinati da altri membri della famiglia reali in questi 90 anni di storia dell’Arabia Saudita moderna). Il successore però è già stato designato, si tratta di un altro fratellastro di re Abdullah, il principe Salman che ora ricopre la carica di ministro della Difesa e di vice primo ministro. La sua nomina a erede è arrivata, tramite un decreto regio, nel giugno del 2012 dopo la morte di altri due successori diretti al trono.

Salman sembra essere in linea con il cauto riformismo di Abdullah e un uomo capace di continuare e garantire le alleanze che l’Arabia Saudita mantiene con le nazioni occidentali e i Paesi musulmani a maggioranza sunnita. Una scelta che, se rispettata, non prospetta nessun cambiamento radicale per il regno saudita.