Diritti

Animali e maltrattamento genetico: belli da morire

Boxer affetti da epilessia, Carlini con problemi respiratori, Bulldog incapaci di riprodursi senza l’aiuto dell’uomo, Cavalier King Charles con la siringomielia (una condizione dovuta alla sproporzione tra la dimensione del cervello e quella del cranio). Senza contare le patologie ortopediche e della colonna vertebrale, la mancanza di coordinamento e controllo degli arti, le anomalie cardiache, persino i tumori…E’ il fato? Una cattiva stella? No, è l’uomo, che comprime, ritaglia, ingrandisce e allunga gli organi e gli arti del suo “migliore amico”, in questo caso per farne campioni di razza, per vincere premi ai concorsi, per venderli ai privati con un pedigree che vale migliaia di euro. E così facendo, crea un esercito di infelici, votati alla malattia e alla morte, molto più vasto di quanto non si creda.

Questa capacità di manipolare il corpo vivente che prende il nome di maltrattamento genetico e pesca nelle pieghe più oscure e più sciocche dell’animo umano, non arretra di fronte a niente. Uno straordinario documentario della BBC intitolato: “I segreti dei cani di razza” ripercorre le tappe e i retroscena del fenomeno, che ha preso il via nell’era vittoriana e toccato vertici maniacali negli ultimi decenni. Nel solo Regno Unito, oggi, i proprietari di cani di razza spendono più di 30 milioni di sterline alla settimana (sì, avete letto bene: 30 milioni di sterline alla settimana e cioè 35,5 milioni di euro) per cure veterinarie destinate a salvare l’insalvabile. Una di loro, proprietaria di due Cavalier King morti giovanissimi e con grande dolore, si è ribellata.

E’ lei, Carol Fowler, ad aver convinto la tv inglese che l’argomento meritava un’inchiesta. Dove si scopre che quanto più ricchi, quanto più radicati nell’establishment e mediaticamente organizzati, tanto più i cosiddetti amanti degli animali che alimentano il giro dei cani di razza (kennel club, allevatori, organizzatori  di premi) esprimono impressionante sciatteria e arroganza nei confronti dei loro protetti.

Si potrà mai riformare un meccanismo, ormai globale, così bene oliato ed economicamente redditizio? Secondo Barbara Gallicchio, una dei primi a scriverne in Italia per denunciarne i risvolti, una parziale autocritica è già cominciata, proprio in seguito all’inchiesta firmata BBC. Medico veterinario, presidente di Asetra, l’Associazione di studi etologici e tutela della relazione con gli animali, Gallicchio fa risalire la svolta al 2010, quando le autorità del Regno Unito hanno proibito ai giudici di premiare cani afflitti da tratti morfologici tali da ridurre “la vitalità, la salute, la fitness dell’animale”. E così, novità assoluta, nuove figure di controllori hanno preso a circolare sulla scena dei concorsi. Bloccate in extremis alcune premiazioni, qualcuno ha gridato allo scandalo ma qualcun altro ha cominciato a interrogarsi su quanto avviene dietro le quinte di questo business, impressionante da qualsiasi punto di vista lo si guardi.

E in Italia? Qui, l’ultimo convegno di aggiornamento dei giudici di gara ha segnalato, a fine 2012, quali sarebbero le misure indispensabili per mettere mano al problema: evitare gli ipertitpi e la consanguineità, che riduce la vitalità e la fitness degli animali, creazione di un registro pubblico con l’elenco  delle  razze più a rischio e vulnerabili. Ma intanto le sagge raccomandazioni del Comitato bioetico per la veterinaria, presentate già a fine 2008 in Parlamento sono rimaste lettera morta. Pasqualino Santori, presidente del Comitato, non è particolarmente ottimista: “Gli acquirenti dovrebbero sapere quali sono i rischi cui forse vanno incontro, e quindi poter firmare un consenso informato. Sarebbe una cosa sacrosanta. Ma sfortunatamente troppo distante dall’atteggiamento consumistico che abbiamo nei confronti degli animali”.

La verità è che senza una presa di coscienza del pubblico, senza una fortissima pressione da parte di chi compra un amico e poi paga a vita con il cuore e con il portafoglio, una vera svolta è di là da venire. L’augurio è che mille Carol Fowler – con centomila domande e richieste di verità – fioriscano ovunque. Per porre un freno all’ingiustizia. Per impedire che sul podio (e nelle nostre case) continui a primeggiare chi soffre di più.