Diritti

Matrimoni gay, legge passa alla Camera dei Comuni di Londra. La parola ai Lord

Molti gli ostacoli e le resistenze, ma i conservatori, sono fiduciosi. Esplosioni di gioia nel quartiere londinese di Soho, mentre le associazioni cristiane si riuniscono in preghiera

Favorevoli, 366. Contrari, 161. Successo personale per David Cameron, il primo ministro britannico, che ora vuole il matrimonio fra persone dello stesso sesso “entro la prossima estate”. Dopo due giorni tumultuosi in parlamento, è infatti stata approvata in terza lettura alla Camera dei Comuni la legge sul matrimonio gay. Ora, entro pochi giorni, il testo passerà alla Camera dei Lord, la camera alta, dove è prevista qualche opposizione in più. Ma fonti dei conservatori si dicono “fiduciose” per una legge che martedì, al momento del voto, ha pure ricevuto un applauso da parte di molti parlamentari, contrariamente alle usanze di Westminster. I sostenitori della legge, lunedì, avevano avuto un momento di sussulto, quando il voto del Labour all’opposizione era parso per alcune ore improbabile.

Lunedì sera, alle 22, la svolta, con il Labour che è andato incontro al partito conservatore, promotore della riforma, votando contro alcuni emendamenti che avrebbero annacquato l’intero progetto. In particolare, un emendamento proposto dal parlamentare Tim Loughton di estendere le civil partnership, le attuali unioni civili fra omosessuali, anche alle coppie eterosessuali. Ma il primo ministro Cameron aveva avvertito: nel caso l’emendamento fosse passato, l’intero “Bill” (progetto di legge) sarebbe stato messo a rischio, soprattutto per il nuovo onere per lo Stato britannico. Unioni civili allargate avrebbero significato un costo per la previdenza sociale di 4 miliardi di sterline per l’estensione delle pensioni di reversibilità e di welfare a tutte le coppie eterosessuali che avessero contratto la civil partnership. Una possibilità che, per qualche giorno, ha fatto entrare nel panico chi tiene conti economici e portafoglio del Regno Unito, ma anche la comunità gay, che temeva di vedere il sogno del matrimonio messo a repentaglio.

Intanto, in queste ore, la gioia a Soho, quartiere gay della capitale, è letteralmente esplosa, mentre davanti a Westminster continuano le veglie di preghiera di associazioni cristiane contrarie alla legge. Il testo approvato martedì dalla House of Commons prevede che le Chiese che desiderano celebrare matrimoni gay possano farlo, con piena validità legale. Si tratta, per ora, di Chiese minori, esclusa la principale confessione del Regno Unito, la Chiesa anglicana. Tutto pare filare liscio, quindi, ma non è che manchino gli oppositori, sia nella camera bassa che in quella alta. Chi ha detto “no” a Cameron rappresenta uno zoccolo duro del conservatorismo britannico, magari favorevole ai tagli al welfare del governo e alle politiche liberiste, ma molto meno favorevole alle evoluzioni in campo sociale.

Durante le discussioni, lunedì a Westminster, alcuni parlamentari conservatori avevano parlato di una comunità gay “sempre più aggressiva e pretenziosa”. Centinaia di imam del Regno Unito hanno scritto nei giorni passati una lettera a Cameron, chiedendogli di “fermare questo abominio”. Malumori anche nelle campagne inglesi, dove il partito conservatore è ancora più conservatore. E oggi un quotidiano, il Daily Telegraph, si interrogava: “Che fine hanno fatto?”, riferendosi ai Tory, da più parti accusati di essere ormai “più a sinistra della sinistra”, anche per aver celebrato quanto avvenuto ieri a Edimburgo.

Con uno storico voto, infatti, la Chiesa di Scozia ha ieri deciso che le persone apertamente omosessuali – e praticanti – potranno essere ministri di culto. Via libera ai preti gay, quindi, in Scozia, situazione finora solo “tollerata”, ma mai sancita da una decisione del sinodo. Ma è il percorso della legge sul matrimonio gay, oggi, a far esultare la comunità LGBT britannica. Il Regno Unito potrebbe presto diventare il decimo Paese in Europa e il quindicesimo al mondo a garantire matrimoni fra persone dello stesso sesso. Inoltre, dieci degli stati membri degli Stati Uniti d’America ormai prevedono questo istituto.