Politica

Governo Letta, Massimo D’Alema il grande escluso che c’è (e ci sarà) sempre

Con Giuliano Amatao è il big lasciato fuori dal nuovo esecutivo guidato da Enrico Letta. Eppure è entrato come papabile nella lista di ogni possibile incarico: dalla presidenza della Repubblica al ministero degli Esteri

L’impermeabile  chiaro, la scorta ad aprirgli la strada e il cane al guinzaglio. L’unica traccia visiva di Massimo D’Alema resterà l’indimenticabile passeggiata ai giardinetti, il più grande effetto ottico di questa interminabile crisi di governo. Del Giano bifronte Massimo conserva i caratteri fondativi: è il passato e il futuro insieme. Trascolora e si rottama senza perdersi mai. È macchia cangiante: lo credevi dimenticato e sconfitto, e lo ritrovi vivo e potente in un moto circolare in cui scompare e riappare. Oggi è scomparso, per esempio. Ed è certificato dai notisti politici come il super sconfitto: lui e il vecchio amico Giuliano Amato fuori dal governo. Un pestaggio ideologico. Guai a esultare, ammesso che lo stiate facendo, perchè la prudenza non è mai troppa e i baffi sono sempre gli stessi. Chissà domani.

Della lunga agonia del Partito democratico si ricorderanno le ricorrenze dalemiane. Egli è stato al centro di tutto, pur apparendo di lato. Bisognava fare il presidente della Repubblica ed eccolo là: nella prima rosa che Pier Luigi Bersani consegnò a Berlusconi c’era lui come scelta possibile, alla pari con Franco Marini. Il Cavaliere con sussiego e supponiamo con qualche dispiacere lo ha scartato in favore dell’ex segretario della Cisl. Sembrava fatta per Marini, e in qualche modo anche per D’Alema, perché aleggiava comunque il suo spirito, la sua forza penetrante e convincente. Infatti passeggiava col cane. Il baccano che ne è seguito, con la straordinaria resistenza di circa duecento grandi elettori del Pd, aveva fatto ritenere che i giochi fossero fatti e lui out. Ci siamo tutti ricordati, e anche voi, che D’Alema era stato rottamato dal giovane Renzi, come un arnese vecchio e inservibile. “Divisivo”, direbbe Giorgio Napolitano. Quindi e di nuovo: ai giardinetti col cane. Però nei giorni di più acuta malattia del partito, il rottamato ha fatto improvvisa visita al rottamatore. Si odiavano fino a qualche settimana prima. D’incanto la consultazione fraterna a palazzo Vecchio: Matteo è parso rinato e D’Alema pure. Il cane quella mattina avrà trascorso con i bodyguard la mezzoretta di svago perché il padrone da pensionato era tornato a pensionare. È stato infatti anche suo merito, titolo che contesta fino ad avvertire di essere pronto alla denuncia per calunnia, se le successive mosse di Bersani sono state di una tragedia inaudita.

Quando cioè il segretario, avendo compulsato ogni potente del partito, ha mandato in campo Romano Prodi, in 101 (centouno) hanno battuto le mani e segato la sedia al professore lasciandolo in Mali dove era stato localizzato per l’emergenza Quirinale. Il plotone di esecuzione si narra composto anche dalla pattuglia dalemiana, non esagerata ma certo non mimetizzata. Stella brillante, ascendente, accecante. Fatto fuori Prodi, è tornato D’Alema! E lui: “Calunnie”. In effetti le calunnie lo perseguitano da qualche decennio e imputano a lui una visione iper-realistica della politica: al tavolo di poker non si sceglie con chi giocare. Se sei bello o brutto, o, diciamo, disonesto, affari tuoi. L’inciucio (copyright Alessandra Mussolini) è figlio dell’idea di D’Alema che la vita è soprattutto un male, che gli italiani sono mediamente stronzi, la politica largamente corrotta, la realtà praticamente immodificabile. Svanito Prodi, liquidato Rodotà e reimmesso a regime la figura da liberatore di Giorgio Napolitano, la curva dalemiana ha ripreso vigore. E nelle ore della costruzione del nuovo esecutivo il suo nome è stabilmente comparso nel ruolo chiave di ministro degli Esteri

Tanto per far capire che la politica è scienza esatta e i talenti non hanno bisogno di certificazioni. Poi però qualcosa è successo e la stella di D’Alema è divenuta cadente, e la sua figura di nuovo divisiva, la personalità inutilizzabile in questo antico mondo delle larghe intese. Vero, mai Berlusconi si è permesso di dirgli di no, e fosse stato per lui anche Brunetta, Violante e Amato avrebbero meritato un riguardo oggi scomparso. Lui non si è mosso, e bisogna dirlo. Era e resta ai giardinetti. Dicono che l’unica connessione organica con l’attuale esecutivo sia la presenza del neo ministro della Cultura, Massimo Bray, direttore della rivista Italianieuropei, fondazione di cui il Nostro è promotore indiscutibile. Sembra nulla. E appena lo dimenticheremo, D’Alema risorgerà.