Lavoro & Precari

Ex mensa Autogrill, il reintegro di sette lavoratori a condizioni “impossibili”

A Corsico, in provincia di Milano sei lavoratrici madri e un dipendente con ridotte capacità lavorative sono stati trasferiti "a decine di chilometri di distanza dalle loro abitazioni". Solo in due hanno accettato. Il sindacato: "L’obiettivo era farli rinunciare al posto, e infatti alcuni hanno mollato"

Il reintegro impossibile. Si potrebbe descrivere così la situazione dei lavoratori della ex mensa Autogrill di via Caboto, a Corsico, in provincia di Milano, licenziati esattamente un anno fa dall’azienda e reintegrati in servizio dal giudice lo scorso dicembre. Si tratta di sei lavoratrici madri, di cui due genitori unici, e di un dipendente con ridotte capacità lavorative, tutti assunti dall’azienda da diversi anni. Al rientro in azienda, i sette hanno trovato una sorpresa: “Sono stati tutti spostati in altri locali Autogrill, a decine di chilometri di distanza dalle loro abitazioni – spiega al Fattoquotidiano.it Giorgio Ortolani, segretario della Filcams Cgil di Milano -. Per alcuni i nuovi posti di lavoro erano semplicemente impossibili da raggiungere, e a niente sono servite le nostre proposte di spostare i lavoratori a seconda della loro residenza. L’obiettivo dell’azienda era farli rinunciare al posto, e infatti alcuni hanno mollato”.

Su sette lavoratori, solo due hanno accettato le nuove condizioni; altre quattro lavoratrici si sono dimesse e un’altra ha dovuto avviare una nuova azione legale. Si tratta di Tania da Silva, madre single di un ragazzo di 15 anni. “Il giudice ha disposto il reintegro alle stesse condizioni contrattuali, ma l’azienda mi voleva imporre di firmare un nuovo contratto, con lo stesso stipendio ma una griglia oraria diversa: il nuovo accordo prevedeva anche i turni di notte, che un genitore unico non può sostenere. Non potevo accettare e l’azienda ne era consapevole”. Non solo: la da Silva, che vive alla periferia sud di Milano e non ha l’auto, era stata assegnata all’Autogrill di Brianza Nord. “Per andare al lavoro, con un impegno part-time di quattro ore al giorno, avrei dovuto comprare un’auto, pagare la benzina e quattro pedaggi autostradali e percorrere 75 chilometri al giorno tra andata e ritorno”, racconta la lavoratrice, che comunque sostiene di essersi presentata al lavoro e di aver ricevuto una nuova lettera di licenziamento durante un’assenza per malattia. Tutto questo mentre, denunciano i sindacati, “Autogrill ha continuato ad assumere lavoratori a tempo determinato a Milano e dintorni, alla media di 131 nuovi contratti al mese nel 2012”.

Da parte sua, Autogrill fa sapere che la vicenda ha avuto origine quando l’azienda ha deciso di dismettere l’attività di ristorazione aziendale, cedendo le due mense di via Caboto e Bisceglie. Secondo l’azienda, ai 25 dipendenti è stata offerta una ricollocazione nei locali Autogrill della zona di Milano, e la proposta è stata accettata da 18 lavoratori: gli altri sette, quelli coinvolti nella vertenza, hanno rifiutato l’offerta, perché, a quanto sostengono fonti aziendali, avrebbe comportato un cambiamento degli orari e delle condizioni di lavoro. Non si trattava più di lavorare in una mensa aziendale, ma in un punto vendita, dove si lavora su turni: non avendo più in gestione le mense, spiegano le fonti, Autogrill non poteva offrire le medesime condizioni. Solo a una dipendente, secondo l’azienda, è stato proposto di lavorare alla mensa interna, ma non avrebbe accettato. Da qui l’apertura della procedura di mobilità, che si è poi conclusa con il licenziamento dei sette lavoratori: il successivo reintegro è stato effettuato, secondo il datore di lavoro, nei locali in cui c’era effettivamente bisogno di personale.

Locali però troppo lontani per le mamme di via Caboto. Roberta Coscia ha una famiglia allargata con cinque figli, e vive a Vigevano, in provincia di Pavia. “Dopo il reintegro sono stata assegnata all’Autogrill di Muggiano, sulla tangenziale ovest di Milano. Purtroppo, però, non ho nemmeno la patente: per raggiungere il posto di lavoro avrei dovuto prendere un treno e altri tre mezzi pubblici, e comunque percorrere il tratto finale a piedi: due chilometri lungo la tangenziale”. Per lei la scelta è stata obbligata: ha rinunciato al posto di lavoro in cambio di un indennizzo economico. “Sarei stata anche disposta a fare sacrifici, ma non me ne è stata data la possibilità – spiega al Fattoquotidiano.it -. E ora trovare un altro lavoro sarà difficile, dopo 20 anni nella stessa azienda ho maturato competenze specifiche nel settore”. Solo il lavoratore disabile e una madre di tre figli, entrambi con contratto full-time, hanno accettato le condizioni poste dall’azienda. Per gli altri, il reintegro si è rivelato semplicemente impossibile.