Società

Tifosi 2.0

Rispondo, innanzi tutto, al lettore che la scorsa settimana mi scriveva: “Per quel che le può interessare, la mia stima nei suoi confronti aumenta ogni settimana”. 
Accidenti se mi interessa. Come a tutti, credo, la fiducia e la simpatia di una persona che non conosci direttamente, non può che farti piacere. 
Come mi interessano i pareri negativi e i giudizi non lusinghieri. 
Ed è proprio a chi li formula che vorrei rivolgermi. 
Può sembrare strano per il lavoro che faccio, ma non sono qui a cercare consensi. Non cerco i “mi piace” di default, così, magari solo perché per radio o in tv ti ho strappato un sorriso. 
Scrivo questo blog (gratuitamente, per capirsi), perché me l’hanno chiesto e ne sono stato enormemente onorato. Dico quello che penso. Sbagliando – come tutti, credo – si intende. 
Ma sbagliando con la mia testa. 
Non ho un editore a cui rispondere, non mi viene chiesto mai cosa scriverò, non mi viene mai cambiato un pezzo, non mi viene mai richiesto di concentrarmi su un argomento particolare. E proprio per questo ho accettato. 
Non sono iscritto all’albo dei giornalisti (pur avendone i titoli), perché non si può essere favorevoli all’abolizione e poi godere, comunque, dei suoi privilegi (coloro che mi consideravano un membro di questa casta erano male informati o in mala fede). 
Non sono mai stato iscritto ad alcun partito, alcun sindacato, alcuna associazione politica. Non ho mai accettato di partecipare in maniera retribuita ad eventi sponsorizzati o pagati da partiti (neanche la Festa dell’Unità, o come si chiama adesso). 
Nella mia vita mi sono preso in egual misura del “fascista” e del “comunista”, più alcune variazioni. Ho votato sempre, ritenendolo un dovere, ma quasi mai lo stesso partito o la stessa coalizione. 
A chi mi accusa di essere un porta bandiera del Pd, dico: siete davvero fuori strada. L’unica volta che, invitato, mi hanno chiesto di parlare a un convegno, sono uscito – orgogliosamente, lo ammetto – tra i fischi. 
La cosa più carina che ci disse D’Alema, durante la nostra (mia e dei miei soci del Trio) carriera da “Iene”, fu di “non rompere i coglioni” (per far capire quanto ci volesse bene). La Melandri che “le versiamo l’umore” (sentimento assolutamente reciproco), più vari vaffa o richieste alla scorta di numerosi esponenti del centro sinistra di “allontanarci come sapete fare voi”. Per capire quanto affetto ci sia tra noi e la classe dirigente del Pd. 
A tutti coloro che ripetono, ad ogni osservazione, “dove eri negli ultimi 20 anni?”, rispondo molto volentieri. Ero a fare il mio lavoro. Onestamente. Ero nelle piazza a manifestare il mio disagio. Ero a prestare la mia scarsa visibilità a battaglie che ritenevo civili. Ero a non usufruire di condoni o sanatorie perché le giudicavo una porcheria. Ero (eravamo) tra i primi a fare servivi televisivi sui finanziamenti ai partiti mascherati da rimborsi elettorali. Ero a litigare per la mia indipendenza contro chi me la voleva limitare. Ero a chiedere conto a chi avevo investito della mia fiducia del suo operato. 
E dove erano tutte le vergini vestali che emergono ora dalle macerie di questo Paese? Come hanno vissuto fino ad oggi? E, soprattutto, cosa hanno votato fino a oggi? 
Continuerò a scrivere qui finché potrò e finché me lo faranno fare. 
E spero che voi continuiate a commentare. Anche negativamente. Magari cercando di uscire dal tifo, dai pregiudizi e dalle idee preconfezionate. 
Capisco che “divide et impera” sempre ha funzionato e sempre funzionerà. Capisco che uno dei più grandi successi del berlusconismo e dell’arroganza dell’intellighenzia del Pd (“io so’ io e voi non capite un cazzo” il loro sotto testo perenne) hanno portato i loro frutti. Capisco che , come popolo, siamo predisposti geneticamente alle fazioni. Capisco che, anche se vinciamo in maniera non limpida una finale dei mondiali, che ce frega, poi siamo tutti in piazza a festeggiare. 
Ma delegare il pensiero è la più grande sconfitta e di certo non aiuterà a capirsi l’un l’altro. Parlare con frasi fatte (da altri, oltretutto) non ci aiuterà ad uscire a testa alta da una crisi che uccide, voglio ripeterlo. 
Ogni giorno qualcuno decide per noi (anche se siamo convinti di no) cosa dobbiamo comprare, come dobbiamo vestirci, cosa dobbiamo mangiare. 
Liberiamoci. Deponiamo le bandiere e riavviamo il libero pensiero. 
Perché, siete autorizzati a non crederci, ma c’è chi, come me, se sbaglia – come tutti, credo – e lo fa con la propria testa. Questo, Signori miei, è un lusso al quale non sono disposto a rinunciare.