Società

La storia della sete e del sonno

Tu non hai mai sete. Non sai che cosa sia. Ti sei abituato così, un’ascesi del non bere mai. Non ricordi se la hai mai avuta, te ne sei dimenticato, o è sempre stato così?

Le cellule del tuo corpo, potessero parlare, ne avrebbero, di cose da dire al riguardo. Tutte, le tue cellule, sono raggrinzite, intirizzite, in tutti i tuoi organi interni, somigliano a squame di pesce, avvizzite da una siccità di tanti anni. Si tengono insieme per inerzia, non si staccano e volano via come piume perché c’è la pelle che te le tiene insieme, secca e avvizzita anche lei, a dir la verità, ma ce la fa. Tutti gli atomi, che collaborano per riuscirci, si agitano disperati, per riuscirci, al tuo servizio, fedeli.

Ti senti stanco e un poco giù, e non lo sai che è per via di questa tua ascesi, che ha le sue conseguenze, per quanto sia del tutto inconsapevole. Che sono le tue cellule a non reggere quasi più, al limite. Un corpo umano è fatto al 75% di acqua, per lo più, almeno dicono, certo, sarà così, a parte il tuo. E del resto se ora te lo racconto non è detto che tu mi creda. E la poca acqua al limite della sussistenza che concedi al tuo corpo ha ancora un’energa minima che le consente di prodursi in piccole onde, come quelle appena percettibili che si intravedono quando sale la brezza? O per poter resistere a questo maltrattamento, è diventata uno stagno, il tuo stagno interno? Spiegherebbe forse la sensazione, appunto, di ristagno che sentiresti, se solo ci facessi caso?

Da bambino, alla scuola elementare, un primo sguardo ai bagni ti ha convinto alla scelta della limitazione estrema del tuo personale ciclo delle acque: bere poco, il meno possibile, significava allora evitare il supplizio di dover andare a fare la pipì. Una buona scelta.

Lo schifo: una spinta intuitiva a superare te stesso, o almeno ad abbassare il termostato del bisogno, della sete.

Fin da allora hai risolto i problemi rinunciando ad averne.

Hai la stoffa dell’illuminato. Ma non ti applichi e non lo sai. Solo, non hai mai sete.

Tutti questi ragazzi che vanno a scuola oggi con la bottiglietta ti inquietano. Come mai quest’ansia di avere la fonte a portata di mano? E poi, loro, hanno il coraggio di andare in bagno a fare pipì? O i bagni di oggi fanno meno schifo di un tempo? O i ragazzi sono più coraggiosi? O non ci badano?

O hanno una vescica maggiorata?

Hanno sete? Cosa intendono, mi chiedi.

Com’è, avere sete?

Ci si sente svenire?

Confusi? Tristi? Nausea metafisica?

Ti senti un poco perso, eppure non c’è motivo: ti hanno detto come ti chiami e ci hai creduto, del resto fin dall’inizio ti han chiamato così e ti dava l’impressione ogni volta che intendessero proprio te. Non era sempre spiacevole.

Le bottigliette insomma: hai calcolato che, raccogliendole in apposite enormi reti, da appendere sui cornicioni dei caseggiati, realizzerebbero una sistema di coibentazione di incredibile potenza, certo ogni bottiglia ben vuota e chiusa col tappo, in modo che non ci piova dentro. Le case avrebbero tutte un bel cappottino traslucido, semitrasparente, un po’ strane all’inizio, arrotondate, come grandi grappoloni di pere di plastica, ma l’essere umano si abitua a tutto. Alla bruttezza poi, pare faccia quasi una specie di soddisfazione, in barba all’eredità del Rinascimento.

Per tua fortuna, non vivi su di un’isola deserta – anche se a dir la verità per certi versi invece sì, vivi sulla tua isoletta personal-mentale – e ci sono sempre parecchie persone intorno a te che ti versano qualcosa in un bicchiere a portata di mano e tu, per condiscendenza ed abitudine: bevi. Non lo sai, ma è questo che ti salva.

L’acqua minerale, non troppo gasata, ma appena un pochino: quanto è buona! Ti piace tantissimo: senti le cellule del corpo che urlano, ancora ancora, un’altra, per favore, un’altra, una a me, una a me!“ e si accapigliano per prendersela tutta, bollicine comprese, e scambi questo strano brusio per pura gioia. Forse lo è.

Bevendone raramente, per te bere un bicchier d’acqua è una festa, anzi un vero godimento.

Per moltiplicare le fonti di grandi soddisfazioni, quindi, hai imparato a negartele.

Dicono di eremiti che fanno il bagno una volta l’anno: tu sai perché.

Quello, allora, è sempre un grande giorno.

I capelli te li lavi così raramente che un pidocchio che ci cadesse per sbaglio scapperebbe schifato.

Non sudi mai. Il corpo ha imparato a tenersi ogni goccia di umidità. Sa gestirsi, meglio di quanto tu sapresti fare. Ti puoi affidare a lui con fiducia.

Quando, raramente per goderne appieno, fai una doccia, l’acqua non scorre via, non fa in tempo: la pelle se la assorbe in corsa, in tempo reale. Non te ne stupisci, non ci fai caso, non sai che potrebbe essere altrimenti.

Sei piuttosto soprapensiero, o distratto.

Una forma di sonno perenne da sveglio. Un sonno senza sogni, a parte quello di essere vivo, qui, adesso, mentre leggi.

Un sogno in cui ogni tanto sogni di andare a dormire davvero e anche lì di sognare. Ma spesso rimani a metà strada, disteso sul tuo lettino, nel sogno di essere sveglio ad aspettare il sonno, quello che non vuol venire.