Cronaca

Mafia, l’evoluzione dei mandamenti: un tecnico per riorganizzare Cosa nostra

Rurale, a tratti arcaica, ma in continua evoluzione. E con un rapporto inossidabile con la politica, che nei piccoli centri siciliani è totalmente compenetrata da Cosa Nostra. È lo spaccato che viene fuori dall’ultima operazione antimafia della procura di Palermo, che ha azzerato i mandamenti mafiosi di Partinico e San Giuseppe Jato

Rurale, a tratti arcaica, ma in continua evoluzione. E con un rapporto inossidabile con la politica, che nei piccoli centri siciliani è totalmente compenetrata da Cosa Nostra. È lo spaccato che viene fuori dall’ultima operazione antimafia della procura di Palermo, che ha azzerato i mandamenti mafiosi di Partinico e San Giuseppe Jato. Centri storici nella geo politica di Cosa Nostra, dove ancora oggi la piovra rispetta certe tradizioni che nel tempo si sono invece perse nelle città più grandi. Perché a Partinico e a San Giuseppe Jato tutti gli uomini d’onore vengono ancora formalmente affiliati con il rito della “punciuta”. Un dato che i carabinieri del nucleo investigativo di Monreale hanno registrato dopo un anno e mezzo di indagini. Diciotto mesi di pedinamenti e intercettazioni per capire che in provincia di Palermo Cosa Nostra si stava rinnovando. Un ricostruzione decisa dall’alto, dai boss detenuti all’ergastolo in regime di 41 bis.

È il 2011 quando i padrini decidono di incaricare Antonio Sciortino, cinquantunenne allevatore di Camporeale, come reggente delle cosche palermitane. Una sorta di “tecnico” di Cosa Nostra che da quel momento si adopera per ridisegnare la geografia dei clan in provincia di Palermo. Sciortino, dodici anni di carcere scontati per estorsione, si mette all’opera: decide dove e come devono operare le famiglie mafiose, ridisegna la mappa del racket alle imprese e arriva a fondere i due mandamenti storici di Partinico e San Giuseppe Jato creando un’inedita “cabina di regia”, con sede nel piccolo centro di Camporeale, per meglio dirigere le operazioni dei boss in tutto il territorio. Un vero e proprio funzionario di Cosa Nostra che da impulso all’attività criminale dei clan in provincia di Palermo. Un’attività che negli ultimi tempi stava ritornando florida come nel passato. Ma che rischiava di essere ostacolata da qualche malumore interno alle cosche. “Pigliami due, tre lacci. Due tre lacci puliti prendimi” è l’inquietante frase captata dalle microspie degli inquirenti. Lacci che sarebbero serviti per uccidere Giuseppe Billitteri, sparito nel nulla mesi fa dopo che probabilmente si era messo di traverso alla nuova politica di ricostruzione dei clan. E anche quando è diretta da un tecnico super partes, Cosa Nostra non può prescindere dai rapporti con la politica. E l’operazione coordinata dai pubblici ministeri Sergio Demontis, Francesco Del Bene e Daniele Paci, ha coinvolto anche il sindaco di Montelepre, Giacomo Tinervia. Il primo cittadino del comune che diede i natali al bandito Salvatore Giuliano è finito inguaiato dal presunto capomafia della zona Giuseppe Lombardo. “Che è Giacomino? Quanto ti sei fottuto? Giusè, dice, che in tutto il lavoro mi può dare sei, settemila euro? Ah, lo hai messo a posto tu? Ma che c’entra, io poi te li facevo avere. Giacomino, me li facevi avere che? Gli ho detto, duemila euro? Dice, quelli che restavano. Quelli che restavano? Gli ho detto, ventimila euro voglio” è il racconto che Lombardo fornisce ai suoi picciotti in merito ad una tangente che Tinervia avrebbe imposto ad un imprenditore che si era aggiudicato l’appalto per la ristrutturare la palestra cittadina.

Una tangente doppia dato che Tinervia, accusato soltanto di estorsione, dopo aver già estorto sette mila euro all’imprenditore, ne aveva chiesti altri ventimila per la cosca di Lombardo. Il sindaco di Montelepre, finito agli arresti insieme ad altre 36 persone, era stato eletto con una lista civica ma alle ultime elezioni regionali era stato candidato da Futuro e Libertà. Il rapporto con la politica arriva fino al piccolo comune di Giardinello, dove alle ultime elezioni amministrative i boss festeggiano l’elezione a sindaco di Giovanni Geloso. “Vedi che noialtri abbiamo fatto un figurone. Il botto noialtri lo abbiamo fatto, no loro” esulta al telefono il capomafia locale Giuseppe Abbate, che non riusciva a non ostentare il suo potere parlando al telefono con l’amante. Addirittura, Abbate era solito lasciare il telefono aperto per far sentire alla donna i discorsi che da vero padrino teneva ai suoi picciotti e ai politici locali. Una vera e propria ingenuità, dato che oltre alla donna in ascolto c’erano anche i carabinieri che intercettavano la sua utenza telefonica.

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