Politica

Apologia di Paolo Becchi

Una marea di gente mi scongiura di prendere le distanze da Paolo Becchi, il portavoce ufficioso di Grillo che ha bollato come altrettanti Giuda quanti la pensano diversamente dal Capo. Ma io non posso prendere le distanze: perché Paolo Becchi, io, lo amo. Adoro quella sua immagine vintage, con i capelli grigi da profeta di periferia. Non mi perdo nessuna delle sue interviste televisive, che i suoi critici più malevoli mettono su You Tube sotto titoli come “Becchi ubriaco”. Ritaglio una per una le sue interviste ai giornali locali, che riproducono le opinioni del Capo a distanza di dieci minuti, talvolta persino anticipandole. Ho letto con avidità anche la storia della sua fistola anale, che si era fatto mettere in rete – la storia, non la fistola – poco prima dell’innamoramento grillino.

Di lui mi piace tutto, anche le sue contraddizioni, ovviamente dialettiche, alle quali si attaglia perfettamente quella frase di Joyce per cui i geni non commettono mai errori, essendo i loro errori portali di scoperta. Per esempio, questa cosa della democrazia elettronica che sostituirebbe la democrazia rappresentativa: detta da chiunque altro potrebbe apparire un vaticinio, proferita da uno che non ha mai imparato a usare il computer è un triplo salto mortale. Oppure le invettive contro la Germania; pure qui, se le dicesse uno di noi italioti qualunque, sarebbero solo becere banalità: ma pronunciate con aria ispirata da uno che si arrovella su come tradurre in tedesco i propri “belin”, e che vivrebbe di crauti e putsch nelle birrerie, acquistano davvero profondità abissali.

Pensate solo al suo capolavoro, l’idea della prorogatio del governo Monti: ossia, tenersi Monti per l’intera legislatura mentre le commissioni parlamentari lavorano, salvo il piccolo particolare che non si può formarle senza un nuovo governo, perché solo allora si può sapere quali dei loro componenti stanno in maggioranza e quali all’opposizione. L’avesse detta uno studente di diritto costituzionale l’avrebbero cacciato a pedate dall’esame: ma proposta da un laureato in filosofia improvvisatosi costituzionalista è stata persino presa sul serio. Insomma, non chiedetemi di prendere le distanze da Paolo Becchi, né come genovese né come filosofo del diritto.

Oltretutto, qualcuno potrebbe addirittura pensare che sono invidioso di lui: anche se nel suo caso, traducendo in genovese una discutibile teoria di Freud, si tratterebbe davvero di invidia del belin.