Lavoro & Precari

Riforma Fornero, le vostre storie: “50-60enni, generazione rottamata”

Aumenta l'anzianità contributiva necessaria per andare in pensione, ma intanto per le aziende è più facile licenziare gli "anziani", magari per reclutare giovani "meno costosi e più malleabili". E così nove mesi dopo l'entrata in vigore della legge varata dal governo Monti molti si ritrovano in un limbo drammatico. Continuate a scrivere le vostre esperienze a ilfattoquotidiano.it

Una generazione rottamata“, è il grido di dolore di Agnés, cinquantenne licenziata a gennaio, lontanissima dalla pensione, ma in grande difficoltà nel mercato del lavoro. Non sono solo gli “esodati” a essere puniti dalla riforma Fornero. A ilfattoquotidiano.it sono arrivate tante storie di 50-60enni rimasti in trappola tra l’innalzamento degli anni di contributi richiesti per andare in pensione e la perdita del lavoro senza grandi prospettive per il futuro. Continuate a inviare le vostre segnalazioni, in non più di 1.500 battute, a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it, specificando nell’oggetto “Legge Fornero”.

Fausto, “esodato” senza tutele né pensione. Sono un povero esodato senza pensione e senza tutele perché lavoravo nel commercio con meno di 50 dipendenti. Un bel giorno l’azienda è stata messa in liquidazione, quindi mi sono trovato sulla strada senza nessuna tutela, considerate che sono del 1950… La signora Fornero cosa ha fatto per noi vecchietti, che oramai nessuno ti vuole neanche se hai un passato lavorativo onorevole… Ha spostato le pensioni di vecchiaia a 66 anni, quindi come fa un padre di famiglia a campare durante gli anni che mancano alla pensione?

Agnés, licenziata a 50 anni: “Una generazione rottamata”. Ho poco più di 50 anni, sono stata licenziata nel gennaio 2013 dalla mia azienda no profit secondo le modalità del peggior profit. Lettera di licenziamento consegnata a mano “per motivi economici” come previsto dalla legge Fornero. In poche ore sono stata buttata in mezzo alla strada dopo più di 20 anni. Pochi mesi prima avevo fatto un calcolo di quanti anni avrei dovuto lavorare per andare in pensione (almeno altri 14) sempre grazie alla riforma del sistema pensionistico voluta dalla stessa Fornero. Ho una figlia di 23 anni che si sta affacciando sul mercato del lavoro; sono pertanto molto sensibile al dramma dell’occupazione giovanile. In questi mesi di disperazione e di nulla- ho sempre lavorato anche quando frequentavo l’Università – ricevo telefonate di amici e conoscenti che mi aggiornano che negli ultimi mesi professionisti della mia età hanno subito e continuano a subire il mio stesso trattamento. Sta creandosi una generazione rottamata, con bagaglio professionale e spirito di squadra, ancora giovane per poter ipotizzare di andare ai giardinetti. In un periodo di crisi economica prevedere che si possa licenziare per motivi economici significa dare la stura a riorganizzazioni che nella maggioranza dei casi sono foglie di fico per procedere a nuove assunzioni, a costi più bassi, di gente più malleabile e impaurita, che non fa domande, alla faccia della meritocrazia e del cambio generazionale. Figlie e genitori, ventenni e cinquantenni, si stanno per sbranare sullo stesso terreno, la ricerca di un posto di lavoro. Fortuna che ancora resiste la generazione sopravvissuta alla guerra, gli ultraottantenni la cui pensione sta diventando l’unico reddito certo per molte famiglie.

Guido, in Cassa integrazione mentre la pensione si allontana. Sono nato nell’agosto del 1956 quindi quest’anno compio 57 anni. Il 1° gennaio 1979 faccio il mio ingresso nel mondo del lavoro. Allora mi dicevano che dopo 35 anni sarei potuto andare in pensione. Oggi al 31 dicembre 2012 sono in possesso dei fatidici 35 anni di contribuzione, ma… non bastano più. Dal 1° gennaio 2013 sono in Cassa integrazione ordinaria e dal marzo 2013 in Cassa integrazione straordinaria della durata di 1 anno. In base alla mia età avrei diritto alla mobilità per ulteriori 3 anni. Come ha potuto la ministra Fornero pretendere l’innalzamento a 42 anni di contributi? Poiché non troverò mai più un altro lavoro, come potrò raggiungere questi fatidici anni contributivi? Se tutto andrà bene, a 61 anni riuscirò a maturare 39 anni contributivi (grazie a Cig-Cigs-mobilità) ma dovrò aspettare fino a 66 anni per ”godere”, si fa per dire, di un seppur minimo riconoscimento pensionistico. Nel frattempo come potrò vivere?

Alessio: “Finestra chiusa per la pensione, e la ditta mi ha licenziato”. Sono uno delle migliaia rovinati dalla Fornero: al compimento dei 61 anni (11 aprile 2012) avevo i requisiti, più che abbondanti, per andare in pensione con la famosa finestra. Questo non è stato più possibile. Anzi, la ditta ha chiuso per fallimento e sono disoccupato dal settembre 2012, ma non solo: ho in mano l’ultima busta paga con Tfr ecc… di € 13700, che non riscuoterò mai, salvo forse tra qualche anno il Tfr pagato dall’Inps (se avrà i soldi). Conclusione: a settembre 2013 mi scade la disoccupazione, non trovo lavoro perché sono “anziano” e in pensione, secondo quello che mi hanno detto, andrò dal maggio 2015. Praticamente rimarrò senza alcun sussidio per 20 mesi. Perlomeno gli esodati hanno riscosso tutto quello che spettava loro più i mesi di buonuscita. Non per fare la guerra tra poveri, ma quelli come me sono messi, evidentemente, peggio dei cosiddetti “esodati”.

Aldo, 56 anni: senza lavoro e lontano dalla pensione. Nel 2012 mi mancavano 3 anni per la pensione , prima della legge Fornero. Sono stato mandato a casa a 56 anni e 37 di contributi causa licenziamento economico senza alcuna vertenza, perché se impugnavo il licenziamento poteva durare molti anni. Ho dovuto per forza accettare i soldi non avendo alternative, e di conseguenza mi trovo con soli 12 mesi di indennità di disoccupazione Aspi senza la mobilità pur lavorando in un azienda con più di 15 dipendenti. Come potete capire, trovare un’occupazione a 56 anni, con la crisi attuale è un miracolo. Sono indignato e prima di dare un voto devono cambiare tante cose. Perché il governo Pdl e Pd ha causato macelleria sociale.

Cristina: “Fisioterapista fino a 77 anni, che vita farò?”. Vi scrivo in merito alla riforma delle pensioni messa in atto dalla Fornero, perché impatta sul mondo del lavoro. Sono fisioterapista, mi occupo di pazienti a volte non autosufficienti, con orari trattamentali ridotti rispetto a come erano all’inizio della mia carriera (25 anni fa), quindi seguo circa 9 pazienti al giorno. Già da anni ho disturbi alla colonna lombare e cervicale (nonostante ciò faccio in media 4 giorni di malattia/anno), e ho già dato segni di stress lavoro-correlato. Amo il mio lavoro, tuttavia non mi sarei mai aspettata una riforma che vedrà anche me, così come i miei colleghi che seguono piccoli e grandi pazienti, lavorare con questo tipo di occupazione fino a 77 anni. Saremo la prima generazione a dover lavorare così tanto (io ho iniziato a 22 anni) , ad avere una pensione bassissima e a dare così poco spazio ai giovani per nuove assunzioni. Su grandi numeri questo problema mi pare enorme. E anche io personalmente sono preoccupata per il tipo di vita che farò da qui a 77 anni, senza dimenticare che non avrò modo/tempo ad esempio di fare la nonna di eventuali nipoti. Non è giusto!

Gianni: dimissioni incentivate, poi la “trappola” dei 42 anni di contributi. “Ho 57 anni di età e quasi 38 anni di contributi versati, interamente nel privato. Sarò in mobilità fino a fine 2013. Ho accettato l’incentivo propostomi dall’azienda programmandomi il pagamento dei contributi volontari per i due anni rimanenti tra la fine della mobilità e l’accesso alla pensione. Mai avrei pensato che avrebbero allungato anche l’età contributiva. Quando ho cominciato a lavorare bastavano 30 anni di contributi; poi li portarono a 35 e infine a 40. Ora con la nuova riforma, come con la carota davanti all’asino, siamo arrivati a 42, e per me gli anni mancanti saranno quattro, non più due. Non ho altri fondi per potermi pagare gli ulteriori due anni di auto-contribuzione. Finito il periodo della mobilità, a 57 anni, vedo solo tre possibilità: o trovo un lavoro per i successivi quattro anni; o trovo i soldi per pagarmi l’auto-contribuzione (dove, come, quando?); o aspetto per i successivi dieci anni, senza reddito e senza lavoro, il raggiungimento dell’età anagrafica per poter accedere alla pensione. Beffa atroce e crudele: ho quasi 38 anni di contributi versati ma 47 anni di lavoro effettivo sulle spalle, figlio di questo Stato e del suo Sud che lo permetteva: ho cominciato a lavorare all’età di sette anni. Come raccontare alla signora Fornero, e alla casta tutta, delle mie lacrime di rabbia durante il suo accorato annuncio e della disperazione davanti al mio prossimo futuro?