Piacere quotidiano

Alexander Museum Palace Hotel, a Pesaro estro e ospitalità si incontrano

Nove piani e 63 stanze, affidati all’ispirazione di un centinaio di artisti. L'albergo-museo delle Marche è ammirato da critici e intellettuali e conosciuto in tutto il mondo

Un albergo. Un museo. Ma anche un’opera d’arte a sé stante e la più originale “summa” di tutti gli stili dell’estro contemporaneo. L’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro è tutto questo, e molte altre cose ancora: tutte le stanze e gli spazi comuni di quest’albergo sono infatti state adornate da straordinari artisti, che hanno dato vita a un’opera di nove piani unica nel suo genere. La nascita dell’Alexander è dovuta alla geniale intuizione del conte Alessandro F. Marcucci Pinoli di Valfesina, Nani per tutti, grande collezionista e appassionato d’arte e che si cimenta anch’esso con pittura e scultura: «All’inizio avevo pensato a costruire un museo privato, ma i costi erano eccessivi – spiega il conte – così decisi di comprare un vecchio hotel affacciato sulla spiaggia e trasformarlo in un albergo-museo in grado di autofinanziarsi. L’ho ristrutturato e ingrandito, e ho affidato le 63 camere e gli spazi comuni a un centinaio di artisti». I lavori iniziarono nella primavera del 2004 e la struttura fu inaugurata il 28 giugno del 2008. Per reclutare gli artisti più adatti venne messa un’inserzione su una rivista specializzata alla quale risposero in 266, che vennero ridotti dapprima ad 80, attraverso l’analisi dei loro cataloghi, e quindi a 50 con lo studio di alcuni loro progetti: a ognuno di loro fu affidata una camera, mentre per le 13 rimanenti la scelta venne demandata ai più grandi critici italiani, da Philippe Daverio a Achille Bonito Oliva.

La storia. Si formò così una compagine straordinaria, che comprendeva, tra gli altri, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino e Sandro Chia. Vi rientrarono esponenti di tutte le espressioni dell’arte contemporanea, dal naive fino ai graffiti, equamente divisi tra uomini e donne e provenienti dalle più diverse regioni d’Italia (con anche 5 stranieri residenti nel nostro Paese), e a tutti fu concessa una grande libertà dal conte: «A loro chiesi solo tre cose; che tutto fosse ignifugo e infrangibile e che i soggetti non fossero eccessivamente osé, vista la destinazione per cui erano pensate le opere». Ne risultò un albergo la cui unicità è ben rappresentata già dalla stele alta 16 metri di Enzo Cucchi che ne adorna la facciata e racconta la storia di Pesaro. Ma si tratta solo di una premessa a un libro di meraviglie, da “sfogliare” una porta alla volta, che vi permette di scegliere la vostra camera preferita: «Mi è costato quanto quattro alberghi normali, ma ne è valsa la pena, anche perché il suo valore aumenta col trascorrere del tempo – prosegue il conte – abbiamo clienti da tutto il mondo e il 70-80% ci chiede di alloggiare in una stanza in particolare». E molti di questi scelgono l’Alexander ancor più della località che lo ospita: «Spesso capita una cosa divertente, con le persone che prima prenotano e poi domandano dove stia Pesaro perché non ne hanno idea». L’hotel-museo, inserito anche nella Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi, si arricchisce continuamente di nuove acquisizioni e ospita incontri, conferenze e performance legate all’arte, oltre al Premio Raffaello, ricevuto in passato da personaggi del calibro di Tonino Guerra, Pupi Avati e Sergio Zavoli. D’altronde gli ospiti di prestigio sono una presenza fissa dell’Alexander, che ha accolto da premi Nobel come Dario Fo e Luis Sepulveda fino a personalità come il cardinale Angelo Bagnasco e a intellettuali come Massimo Cacciari e Marcello Veneziani. Anche se forse la cosa più significativa su questa struttura l’ha detta l’archistar Daniel Libeskind, dopo averlo visitato: «È il più bel albergo che io abbia mai visto, perché l’arte conta più del lusso».

Atmosfera. E un’ottica molto speciale su ciò che l’Alexander simboleggia è quella di Miky Degni, uno degli artisti coinvolti nell’opera: «Si lavorava secondo ritmi serrati, ma in un’atmosfera unica, affascinante e divertentissima. C’era la possibilità di confrontarsi con gli altri artisti impegnati sullo stesso piano, con alcuni dei quali poi sono nate delle collaborazioni, ed eri immerso in un vero e proprio cantiere, con elettricisti, muratori e falegnami». Degni ha dipinto tutte le superfici della sua camera, la numero 320, dalle pareti, fino alle sedie, al tavolino, all’armadio, alla testata del letto e, naturalmente, alla porta, e descrive così il risultato: «È un elogio alla sensualità e alla bellezza femminili, frutto di curiosità e attrazione. Ho riprodotto “pezzi” di corpo di un unico soggetto scomponendoli e soffermandomi sui particolari, come le gambe, la bocca o l’espressione». Tutto questo anche grazie alla grande libertà di cui ha goduto: «Non sono molte le occasioni del genere che vengono concesse in Italia. In Nani ho trovato una straordinaria disponibilità; come un mecenate del 1600, dopo aver selezionato gli artisti li ha lasciati liberi di esprimersi senza chiedere nulla in cambio e credendo in loro fino in fondo. Anche per questo considero l’Alexander un po’ come la mia seconda casa e cerco di tornarci spesso». Un modello da prendere ad esempio: «Credo che i privati e le istituzioni pubbliche dovrebbero riproporre esperimenti di questo tipo – conclude Degni – pensate a come sarebbe diverso e più accogliente l’ambiente di un ospedale se l’arte prendesse il posto di quei muri grigi e tristi».

di Paolo Scandale

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