Società

Crisi dell’università: choc generazionale e liberismo anagrafico

Nel servizio Crollano gli iscritti all’università. Negli ultimi dieci anni 58 mila studenti in meno (“Corriere della sera”, venerdì 1 febbraio 2013) si registra la devastazione dell’università pubblica italiana. La denuncia del Cuun, il consiglio universitario nazionale, è drammatica: negli ultimi 10 anni gli iscritti sono passati da 338.000 a 280.000; il numero di laureati è il 19% rispetto al 30% del contesto europeo e, addirittura, al 40% auspicato nel Trattato di Lisbona; i docenti stanno diminuendo vertiginosamente, il 22% in meno negli ultimi 6 anni.

L’attacco concentrico contro l’università pubblica è culminato con l’approvazione della riforma da parte della precedente legislatura. Si è fatto riferimento a (presunte) classifiche internazionali in cui le università pubbliche sarebbero precipitate nella sezione più bassa. Di queste classifiche, però, non vengono precisati i parametri.

Le graduatorie a disposizione del direttivo della Sfi (Società Filosofica Italiana), invece, mostrano dati diversi. Con parametri rigorosamente determinati (come la qualità di finanziamenti pubblici e privati e la quota pro capite di tasse pagata da ogni studente) i risultati sono rovesciati: le università pubbliche italiane si trovano tra le prime dieci del Mondo.

Oppure, si pretende che le università pubbliche, con finanziamenti sempre più ridotti, raggiungano il massimo dei risultati? Sarebbe come esigere, tanto per stabilire un’analogia esplicativa, che in un ristorante dove si spende pochissimo si mangi molto meglio che in uno dove il conto è molto salato.

Vi è un ulteriore problema. Nel vivo del dibattito per l’approvazione della suddetta riforma (in questo caso, la responsabilità era della classe dirigente del centro sinistra), il linguaggio politico italiano, sempre molto fantasioso, ha coniato una formula incisiva: “Choc generazionale”. In che cosa consiste questo “choc”, questo presunto terremoto rigenerativo?

Semplice: i professori universitari in pensione a 65 anni. Proprio negli stessi anni in cui cominciava a profilarsi il pensionamento vicino ai 70 anni, per un lavoro “vocazionale” come quello della ricerca universitaria si profilava una drastica riduzione. Una decurtazione punitiva di ben 10 anni (fino a 5 anni fa, infatti, i professori ordinari andavano in pensione a 75) da conseguire in un breve lasso di tempo.

La giustificazione della decisione è ancora più inconsistente: nel contesto europeo il pensionamento è intorno ai 67 anni. Manca, però, una precisazione: in Italia l’ingresso nei ruoli universitari avviene da 40 anni in su e le conseguenze sono facilmente immaginabili sia sul piano economico del pensionamento sia sul piano culturale.

Ancora una volta, l’unità di misura è la Germania dove i professori universitari vanno in pensione a 65 anni. Sarebbe interessante, però, risalire al nome del cancelliere tedesco che ha promosso questa iniziativa: Adolf Hitler, supportato da una “metafisica della gioventù” ideologica e razzista.

Oggi, queste idee cominciano a circolare nella classe dirigente del centro-sinistra, dando luogo a quella che considero la forma più demenziale di liberismo: quello “anagrafico”. Secondo questa logica, si è più meritevoli in quanto “giovani” o, in maniera speculare , in quanto “vecchi”.

Nella storia delle idee, infatti, anche questa seconda opzione è stata sposata con convinzione a partire dal De Senectute di Cicerone per arrivare, attraverso il Discorso sulla vecchiezza di Jacob Grimm, fino al Principio speranza di Ernst Bloch e al Trattato sulla vecchiezza di Manlio Sgalambro.

Ma io non credo alla superiorità puramente anagrafica. Mi sento vicino alle argomentazioni di James Hillman: il “giovane” e il “vecchio” sono semplicemente processi psicologici atemporali che, in quanto tali, non sono necessariamente legati alle età della vita.