Mondo

La primavera araba e la repubblica-monarchia

Saad Eddin Ibrahim, docente all’American University del Cairo, in occasione della morte di Hafez al Assad e della conseguente elezione alla presidenza del figlio Bashar, coniò la parola “Jamalka” (repubblica – monarchia) – una crasi dei vocaboli “jumhuria” (repubblica) e “mamlaka” (monarchia). La “Jamalka” ha incarnato benissimo la concezione di politica che è perdurata per quasi 50 anni nei paesi arabi. E’ proprio da questa concezione di politica totalitaria –perché di questo si è trattato- che Riccardo Cristiano, autore del volume “Il giorno dopo la Primavera” ed. Mesogea, comincia il suo colloquio con Samir Frangieh, noto intellettuale e politico libanese, considerato l’ideologo della primavera di Beirut che portò alla ritirata delle truppe siriane dal Libano.

In realtà basta una parola per spiegare quel che dal 17 dicembre del 2010 ha trasformato il mondo arabo: empatia” comincia così Frangieh nell’analisi di quello che è accaduto, e continua “la primavera dei cedri del 2005 è stata la nostra Danzica araba, un fenomeno preparatore, e Tunisi è stata la nostra Berlino; noi non avevamo un muro di cemento armato, ma come i popoli d’oltre cortina vivevamo dietro il muro della paura”. Una peculiarità di tutta l’analisi di Frangieh è la ricerca dell’esempio storico occidentale per spiegare cosa hanno provato gli arabi e cosa è accaduto dallo scoppio della “Primavera”. Il volume stesso è un inno alla riconciliazione tra le due sponde del mediterraneo, nonostante scardinare i pregiudizi e le diffidenze è una impresa ardua. Quando si parla di “mondo arabo” esso ci appare sempre confuso, pieno di abitanti annichiliti e incapaci di reagire, bloccati da mille frustrazioni.

“Islam e democrazia sono compatibili?” è la domanda che oggi si pone l’Occidente, confuso di fronte a un mondo arabo in mutamento.

La forza dei Fratelli Musulmani in questi decenni terribili è cresciuta via, via che loro divenivano sempre più chiaramente la sola opposizione a dittature che ammutolivano le nostre società, e le moschee si trasformavano nel solo luogo dove poter dire di “no”. Ora è evidente che i gruppi islamisti non costituiscono un problema irrilevante, ma è lecito pensare che, quando cadranno i regimi, chi ha scelto la strada del fondamentalismo sarà in parte recuperabile in un sistema democratico dai partiti “demo-islamici”, cioè partiti che facciano qualcosa di simile a quanto fecero da voi in Europa i grandi partiti democristiani del dopoguerra. Chi ha vinto le elezioni in Libia? Forse le hanno vinte i fondamentalisti? E in Egitto? Non si vede sempre di più evidente il solco che divide Fratellanza musulmana e salafiti? Questo solco c’è anche in Siria. Chi pensa a un blocco sunnita nel quale i jihadisti sono l’ala marciante degli altri sunniti si sbaglia di grosso. A  mio avviso è vero il contrario, i jihadisti sono un problema innanzitutto per i Fratelli musulmani siriani”.

Confesso che avrei voluto partecipare ai vari colloqui tra Cristiano e Frangieh, per porre delle domande a questo grande intellettuale, uomo del dialogo che ha aiutato il Libano a uscire dalla trentennale guerra civile. E’ dalla sua esperienza intellettuale, politica e di uomo che si evincono molte altre verità contenute nel libro che, ancora, poche orecchie in Occidente sono pronti ad ascoltare, questo a cause della credenza, ancora diffusa, “dell’eccezionalismo arabo” e del “complotto perpetuo” che attanaglierebbe le masse arabe le quali, invece, posseggono coscienza di sé e di ciò che sta in torno, detenendo  la loro verità dei fatti.

Come sostiene Samir Frangieh l’ora della riconciliazione mediterranea è arrivata e comincerà con la caduta di Damasco. Siamo pronti a raccoglierne i frutti?.