Politica

Quirinale, la corsa parte dopo il voto. Il Grande gioco da Amato a D’Alema

Bisognerà aspettare l'elezione dei presidenti di Camera e Senato per capire davvero l'aria che tira sulla successione di Napolitano, in "scadenza" il 15 maggio. Tra gli altri nomi in corsa, Prodi e Bonino, osteggiata però dal Vaticano

E’ una di quelle partite su cui nessuno scommette volentieri. Negli anni, infatti, la successione al Quirinale è sempre stata una questione talmente delicata e intrecciata con gli equilibri politici (e non solo) del momento da rendere qualsiasi vaticinio un imprudente salto nel vuoto. Stavolta, poi, la congiuntura che porterà un nuovo inquilino al Colle è un calcolo che si potrà fare a tavolino solo dopo che sarà uscito dalle urne il nuovo assetto politico del Paese. Ammesso che ne esca uno chiaro. E questa già sarebbe una scommessa non da poco.

I veri giochi, comunque, cominceranno non prima del 15 aprile, a un mese esatto dalla scadenza naturale del settennato di “re” Giorgio Napolitano (15 maggio 2013). Per quell’epoca saranno già stati nominati i nuovi presidenti delle Camere e da come saranno state divise quelle poltrone, sarà più facile intuire l’orientamento delle forze politiche rispetto all’identikit del nuovo Presidente della Repubblica. Si dice – ma le leggende politiche, talvolta, sono più fragili di quelle metropolitane – che dopo un “comunista” come Napolitano, alla Presidenza della Repubblica debba salire un cattolico, in virtù di una sorta di tradizione d’alternanza che fino ad oggi è stata osservata.

Sussurrano, poi, alcuni adepti che circolano frenetici in queste ore di compilazione delle liste tra Palazzo Grazioli e via dell’Umiltà, che il vero candidato al Quirinale di Silvio Berlusconi sarebbe Massimo D’Alema. Inutile dire che il presidente del Copasir a quella carica ci aspiri parecchio. La memoria, in questi casi, è d’aiuto per ricordare come il nome di D’Alema circolasse anche per il precedente settennato, quello cioè che si chiude il prossimo 15 maggio, ma qualcosa andò storto. Nel maggio del 2006 Fausto Bertinotti s’impuntò per fare il presidente della Camera (e non il ministro del Lavoro, come avrebbe voluto Prodi) e a quel punto, nel giro di pochi giorni, l’astro dell’uomo che legittimò Berlusconi attraverso la Bicamerale s’eclissò, e cominciò a sorgere quello di Giorgio Napolitano.

Esiste poi anche una teoria della continguità o perlomeno affinità politica (da dimostrare) tra presidente del Consiglio e della Repubblica: al punto che, nel caso di «Palazzo Pigi», ovvero di un risultato elettorale che porti Bersani a diventarne  l’inquilino, il nome d’elezione per il Quirinale sembrerebbe esser quello di Romano Prodi. Un altro Professore. Che, a sentire i soliti bene informati, starebbe aspettando da anni nell’ombra della sua figura di “nonno” e di inviato dell’Onu per raggiungere l’ambita poltrona. Ma la congiuntura astrale che dovrebbe garantire il risultato (Bersani premier-Prodi al Colle) non è poi così immediata e assoluta come si vocifera. Altre e più importanti forze cosmiche (economiche e internazionali) congiurano perché le due più importanti cariche politiche italiane siano nelle mani di uomini di centrosinistra.

L’ombra di una certa Europa, in questo caso, si staglia sinistra a togliere luce alla figura di Prodi. Che è sì gradito a Bruxelles, ma meno, molto meno a quegli ambienti finanziari e bancari che stavolta, in questa partita, entreranno a gamba tesa. Non è infatti un caso se Berlusconi, nei giorni scorsi, abbia buttato dentro il calderone delle chiacchiere con cui si sta rimestando la prossima pozione quirinalizia, il nome di Mario Draghi. Maliziosamente, però, il Cavaliere l’ha fatto per bruciarlo. Nessuno l’ha preso sul serio, salvo il banchiere centrale europeo che ha fatto smentire a tambur battente: nel tentativo di accreditarsi come «europeista» – avendo il fiato sul collo del Ppe che all’ultimo vertice gli ha decisamente preferito come leader di riferimento in Italia Mario Monti – Berlusconi ha gettato un’ombra sulla stabilità di un’istituzione strategica per l’Europa come la Bce. Una mossa davvero poco prudente.

In verità, nei mesi scorsi perfino nel centrosinistra era circolato quel nome. Del resto, chi non vorrebbe Mario Draghi presidente della Repubblica? E’ solo che poi quel nome era rimasto attaccato agli spifferi di Palazzo, nella doppia consapevolezza che non si poteva gettare ombre sull’euro, né trattare la Bce come una qualsiasi “carica di passaggio” verso sponde alle quali Draghi, semmai, potrebbe pensare solo nel 2020. Ma detto questo, l’insistenza con la quale gira attorno all’ambita elezione Silvio Berlusconi non è il migliore dei segnali. L’altroieri, quando il capo del Pdl aveva semplicemente detto “avrei in mente un nome al quale la sinistra non potrebbe dir di no”, e mentre tutti pensavano si trattasse di Gianni Letta, da Palazzo Grazioli veniva fatto filtrare il nome di Giuliano Amato.  

Del “dottor Sottile” tutto s’immagina di sapere. E’ un socialista, ma anche un cattolico, il che non lo esime da avere anche ottimi rapporti con la massoneria. E’ uno sportivo, un fine giurista ma anche un ferrato economista, presiede la Treccani, continua a far lezione all’Università e dal punto di vista politico, negli anni il suo profilo è stato quello del distillato del valore dell’equidistanza. Presidente del Consiglio del governo di centrosinistra nel 2000-2001, sottosegretario alla presidenza di Bettino Craxi, Giuliano Amato è stato spesso rappresentato come l’Etabeta, il cartone tutto testa e dal corpo mingherlino in grado di mettere d’accordo l’arco costituzionale. Come Monti, non ha truppe, non ha voti, non ha nessuna dote da portare, se non la propria autorevolezza.

Anche Amato, come D’Alema, ha avuto uno sponsor d’eccezione per l’ascesa al Quirinale. Carlo Azeglio Ciampi preparò la salita del suo erede Napolitano con intelligenza. Nella distrazione generale lo nominò senatore a vita. In pochi colsero il segnale, salvo poi ricordarsene quando la stessa mossa la fece Napolitano con Monti. Anche lì, l’investitura era chiara, è stato poi Monti a tradire le aspettative. Che poi, a ben guardare, chissà quanto sarebbero state rispettate. Anche qui, la storia politica aiuta parecchio a capire quanto siano fragili i giochi per la delicata nomina di Capo dello Stato. Dopo Ciampi e mentre Massimo d’Alema entrava Papa in Conclave, il cardinale Giorgio Napolitano veniva chiamato al soglio di Einaudi. Di Amato nessuna traccia.

Ora, forse, i tempi son più maturi. Amato è un uomo di garanzia per Berlusconi, dati i trascorsi craxofoni. Premier del centrosinistra,  unisce l’Italia con la sua storia personale: nativo di Torino, ha vissuto a Lucca, famiglia paterna di origine siciliana. Il nonno era di Agrigento. Non è un caso se Giorgio Napolitano lo abbia messo lì, in cima al comitato per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Circa la sua capacità di interpretare la Costituzione in maniera ortodossa quanto moderna, val la pena ricordare che nella vita è Costituzionalista e docente di Tecnica Legislativa.

Amato, dunque? Può darsi. Ma i candidati presunti e in pectore cadono poi sempre come birilli l’uno dopo l’altro. I partiti, in genere, si presentano con candidati di bandiera, e già circolano i nomi di Gianni Letta e Anna Finocchiaro. Persino Emma Bonino è una candidata “evergreen”, se non fosse che il Vaticano la osteggia in modo tanto evidente da sbarrarle qualsiasi progressione verso il Colle. Insomma, per capire chi davvero abbia possibilità di finire nel palazzo che fu del Papa Re e poi del Re e infine di “Re Giorgio”, bisognerà attendere almeno che tutte le caselle istituzionali siano state occupate. Solo a quel punto le danze per il Colle si apriranno davvero.

Di certo, chi ha capito di essere stato depennato dall’elenco degli aspiranti è stato Mario Monti. Il Professore esclude, ogni volta che glielo si chiede, una sua qualche ambizione quirinalizia: «Non ho voluto concorrere per quella carica  – ha detto nei giorni scorsi – perché la ritengo non tanto rilevante per il destino dell’Italia». Aggiungendo poi subito che per carità, quanto a questo «Napolitano è un’eccezione», il presidente del Consiglio ha fatto una mezza gaffe, ma quel che voleva dire è che le sorti e le compatibilità delle finanze pubbliche non si governano dal Colle. E nemmeno la stabilità dell’Italia nel consesso europeo e nell’euro. Però, se davvero quell’Alta poltrona contasse così poco, come sostiene un amareggiato Monti, perché la coda per raggiungerla è sempre così lunga?