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Cina, il giornale “corretto” dal regime in edicola. E non parla della censura

La funzione dei mezzi di comunicazione al centro del dibattito pubblico: in Cina non succedeva dall'epoca del primo Mao. I cronisti del Nanfang Zhoumo sono tornati al lavoro con la garanzia che nessuno sarebbe stato punito né per aver scioperato né per essersi opposto alla censura

C’è stato un momento in cui tutto sembrava possibile. Una settimana in cui la funzione dei mezzi di comunicazione è stata al centro del dibattito pubblico come in Cina non succedeva dall’epoca del primo Mao. Ieri il Nanfang Zhoumo, il settimanale che con il suo rifiuto a sottoscrivere un editoriale scritto dal capo della propaganda regionale ha acceso la miccia del dibattito, è uscito in edicola come ogni giovedì. Il suo editoriale non fa riferimento esplicito alla vicenda che ha costretto da una parte censori e alti funzionari di partito e dall’altra redattori e direttori di giornali a diverse notti insonni in un’estenuante ricerca di un compromesso che tutelasse il diritto del partito a controllare i media e il diritto dei media a fare informazione, ma ne esplicita l’accordo raggiunto. “È fondamentale che il partito regoli la stampa – si legge – ma i suoi metodi devono essere aggiornati e stare al passo con i tempi”.

Pare che l’accordo sia stato raggiunto anche grazie all’intervento del nuovo segretario di partito del Guangdong, il giovane (e rampante) Hu Chunhua, che memore della felice gestione “democratica” delle rivolte per la terra di Wukan attuata dal suo predecessore, sarebbe intervenuto a garantire il patto tra i coraggiosi redattori del Nanfang Zhoumo e il dipartimento regionale della propaganda. Così i giornalisti sono tornati al lavoro, con la garanzia che nessuno di loro sarebbe stato punito né per aver scioperato, né per essersi opposti alla censura. E forse neppure per aver chiesto pubblicamente le dimissioni del capo del dipartimento di propaganda autore dell’editoriale incriminato. In Cina questa è indubbiamente una vittoria.

Nel 2004, tre giornalisti del quotidiano Nanfang Ribao – dello stesso gruppo editoriale del settimanale al centro del dibattito – sono stati incarcerati per false accuse di corruzione dopo aver scritto un articolo critico sui funzionari locali. Le possibilità che ciò succeda oggi sono minori rispetto al passato, ma la minaccia resta. Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha registrato che almeno 32 giornalisti cinesi, per lo più liberi professionisti, erano in carcere al primo dicembre 2012. Senza contare che multe salate, degradazioni e licenziamenti sono le rappresaglie più comuni per aver disobbedito alle linee guida governative sulla diffusione delle notizie.

Sfidare la censura non equivale a superarla e vincere una (seppur importante) battaglia, non vuol dire vincere la guerra. Un commento di questa settimana sul giornale di partito, il Quotidiano del popolo, ricorda proprio come il Partito comunista sia salito al potere nel 1949 proprio grazie al suo ricorso alla propaganda. “Durante il periodo della rivoluzione democratica – si legge sulle sue pagine – il nostro partito ha usato la penna per risvegliare milioni di operai e contadini affinché diventassero un’arma importante per la vittoria”. E infatti il dipartimento di propaganda è ancora molto forte, e sta all’inventiva dei giornalisti aggirare le sue direttive senza incorrere in pesanti sanzioni.

Ne è un esempio la vicenda di uno dei giornali più grandi della capitale, il Beijing News. Gli era stato imposto di pubblicare un editoriale – già uscito in lingua inglese sul Global Times, spin-off del sopracitato Quotidiano del popolo – che criticava il Nanfang Zhoumo e la presa di posizione dei suoi giornalisti. La redazione si è ribellata, una riunione della direzione del giornale protrattasi fino a notte fonda sembrava tener testa alle pressioni dei funzionari dell’ufficio di propaganda. Ma a notte fonda, qualcosa è successo. Le rotative sono state fermate, l’articolo inserito nel giornale.

Ma a sfogliarlo bene, il giornale contiene anche uno strano e lungo articolo su una zuppa che si mangia al sud e che in cinese si chiama Nanfang(de) Zhou. Notate forse qualche omofonia con la testata Nanfang Zhoumo? I censori non se ne sono accorti, ma l’articolo è più o meno tutto sullo stesso tono, un inno continuo alla “zuppa del sud”. Eccone un assaggio: “Un zuppa calda viene dal sud dentro una terrina. Il solo metterla in tavola vi riscalderà, forse perché ha un cuore coraggioso. […] Ci sono così tanti affanni in questo mondo e la sola cosa su cui si possa contare per riscaldarsi è una ciotola di questa zuppa”. Chi l’ha scritto aveva forse in mente che anche le parole di Mao potevano essere parafrasate. Chi l’ha pubblicato ha sicuramente chiaro in mente che anche la censura è una “tigre di carta”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi