Cronaca

Fisco, sequestrati beni per 40 milioni ai Giacomini, leader mondiali dei rubinetti

Secondo le procure di Novara e Verbania è il più grande sequestro di beni per dichiarazione infedele mai effettuato in Italia. L'inchiesta è partita dall'intreccio di vicende familiari e imprenditoriali della dinastia nella quale è rimasto coinvolto l'ex sottosegretario Zoppini, costretto poi alle dimissioni

La Guardia di Finanza di Novara e Verbania ha operato un sequestro di conti correnti, titoli, terreni e immobili per oltre 40 milioni di euro a carico di sette membri della famiglia Giacomini, imprenditori leader mondiali nel settore della rubinetteria, finiti sotto inchiesta nei mesi scorsi sono per aver distratto al fisco cifre milionarie. Secondo le procure di Novara e Verbania, che hanno coordinato le indagini, si tratta del più ingente sequestro di beni per il reato di dichiarazione infedele mai effettuato in Italia.

Il sequestro, finalizzato ad una successiva confisca, è maturato in seno ad un’indagine molto complessa, che prende le mosse dall’intreccio di vicende familiari e imprenditoriali della dinastia dei Giacomini. Un caso che nel maggio scorso ha portato anche alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini, indagato assieme ad altre persone per frode fiscale.

La Giacomini Spa è un’azienda di successo: nata negli anni Cinquanta per volontà di Alberto Giacomini, conta oggi oltre mille dipendenti ed esporta l’80 per cento dei prodotti e nel tempo ha generato un patrimonio ragguardevole, che negli anni scorsi è diventato oggetto di un’aspra contesa tra i membri della famiglia.

Nel 2008 sono stati estromessi dalla società i rami della famiglia facenti capo a Mario e Giovanni Giacomini (fratelli di Alberto), che hanno rinunciato alle proprie quote di partecipazione al trust di diritto del Jersey (con sede nel Lussemburgo) in cambio di un indennizzo da 200 milioni di euro. Secondo la ricostruzione della procuratrice Giulia Perrotti e del sostituto procuratore Fabrizio Argentieri, 70 milioni sarebbero arrivati dall’Italia (quindi regolarmente denunciati e tassati), i rimanenti 130 sarebbero invece stati prelevati dai conti lussemburghesi riconducibili al trust e incassati, esentasse, dai liquidati. Ed è proprio per costituire il trust che i fratelli Corrado ed Elena si sono dati da fare per esportare capitali, aiutati da super consulenti (tra cui anche l’ex sottosegretario Zoppini e un ex direttore di banca in pensione, Giulio Sgaria) e dal faccendiere Alessandro Jelmoni, già coinvolto nel crac di Parmalat, che nella grandissima maggioranza dei casi a lui affidati si appoggiava al gruppo Intesa, in particolare allalussemburghese Seb.

In questo quadro nel maggio scorso, oltre a Jelmoni e Sgaria, erano stati arrestati il presidente e direttore generale dell’azienda, Corrado Giacomini e la sorella Elena. A loro carico la procura di Verbania aveva contestato reati di frode fiscale, con trasferimento di ingenti somme di denaro all’estero, attraverso un “collaudato sistema di frode e ripulitura del denaro”. I due imprenditori sono stati rilasciati nel luglio scorso, nei due mesi che hanno trascorso dietro le sbarre hanno collaborato con gli inquirenti, contribuendo a ricostruire la vicenda.

Da qui si arriva al maxi sequestro da 40 milioni di euro eseguito nelle scorse ore a carico dei sette beneficiari della maxi liquidazione: Massimo, Stefania, Marco e Luca Giacomini, Bianca Vinzia (moglie di Mario), Jolanda Zagni (moglie di Giovanni) e un settimo soggetto, ancora minorenne. Tutti quanti avrebbero ricevuto quote comprese fra i 13 e i 21 milioni di euro, mai denunciati al fisco. Ciascuno di loro avrebbe quindi evaso imposte per almeno 6 milioni di euro, per un totale di oltre 40 milioni di euro di tasse non pagate.

Con sentenza del 27 ottobre 2017 il Tribunale penale di Verbania ha assolto Marco e Massimo Giacomini dal reato di evasione fiscale, a loro contestato, perché il fatto non sussiste”.