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Cina, 700 montagne saranno “livellate”. Per far posto alla città “ecosostenibile”

Tre miliardi di euro per sviluppare un'area tra regioni povere e instabili e con velleità indipendentiste. Per paradosso secondo l'idea delle autorità la nuova città diventerà un hub di economia sostenibile e energie rinnovabili. Ma il rischio è quello di una cattedrale nel deserto

Come nell’antico proverbio cinese, anche le montagne si possono spostare. Succede a Lanzhou, la capitale dell’arida regione del Gansu: 700 montagne verranno livellate per costruire una new town. Si tratta di un progetto mastodontico, una spesa di quasi tre miliardi di euro per sviluppare un’area strategica dal punto di vista geografico. Si trova infatti tra quelle regioni povere e politicamente instabili e con velleità indipendentiste, come lo Xinjiang, la Mongolia interna, il Sichuan e il Qinghai. Paradossalmente, secondo i progetti, la nuova città diventerà un hub di economia sostenibile e energie rinnovabili. Ma prima bisogna spianare un’area di 130mila ettari, facendo sparire 700 montagne.

Chi legge la notizia e ha un poco di familiarità con la cultura cinese, non può non pensare a uno di quei proverbi tradizionali a quattro caratteri che hanno attraversato secoli di civiltà cinese e condensano una favola e una morale in quattro parole: Yugong Yishan, letteralmente Yugong sposta le montagne.

La storia narra di un uomo, forse un po’ sciocco, che viveva tanto tempo fa in una valle tanto profonda da non essere mai riscaldata dalla luce diretta del sole. Un giorno si mise in testa di spalare via la montagna in modo che la sua casa avrebbe finalmente ricevuto la luce del sole e le sementa che avrebbe piantato sarebbero cresciute. Si armò dunque di vanga e pazienza, scalò la montagna e cominciò l’opera. Il primo, il secondo, il terzo giorno e così via, finché ne ebbe le forze. Intanto ovviamente era diventato lo zimbello del paese. Quando morì fu ricordato come un personaggio un po’ tocco, ma i suoi figli e poi i figli dei figli e così via per generazioni proseguirono la sua opera perseguendo lo stesso sogno. A un certo punto della genealogia di famiglia, una qualche divinità fu mossa a compassione e la montagna scomparve. Se c’è la volontà, si trova il modo direbbero gli inglesi, where there’s a will, there’s a way.

E la nuovissima Cina prosegue sull’antica strada. E fieramente pubblicizza il progetto, approvato lo scorso agosto dal Consiglio di Stato, come “il più grande progetto di spostamento di montagne di tutta la storia cinese”. L’obiettivo finale è quello di far crescere il pil regionale fino a raggiungere i 33 miliardi di euro entro il 2030 attraverso la costruzione di quella che i media locali definiscono la quinta “zona statale di sviluppo” e sicuramente la prima della Cina interna. Zone di questo calibro sono gli avveniristici quartieri di Pudong a Shanghai e di Binhai a Tianjin, solo per citare i più noti.

I lavori sono iniziati a ottobre, secondo quanto riporta la rivista China Economic Weekly, e i soldi per il momento li sta mettendo la China Pacific Construction Group, una delle aziende private più grandi del paese amministrata dal 52enne Yan Jihe. Yan è un ex insegnante che grazie a una fitta rete di contatti ha cominciato a comprare e ristrutturare le grandi aziende di stato diventando in soli dieci anni il secondo uomo più ricco della Cina. Almeno secondo la prestigiosa classifica di Hurun che gli attribuisce un patrimonio di quasi un miliardo di euro già nel 2006.

Il progetto, anche se lanciato in pompa magna dai media ufficiali, lascia adito comunque a diverse perplessità. Lanzhou è una metropoli di oltre milioni e mezzo di persone attraversata dal fiume giallo ed è – secondo i dati dell’Organizzazione mondiale per la sanità – la città cinese dove l’aria è più inquinata. Le sue industrie principali includono quelle altamente inquinanti dei fertilizzanti e metallurgiche. Inoltre, proprio perché la città è collocata all’estremità del deserto del Gobi, è tra le aree urbane che più frequentemente soffrono la scarsità di risorse idriche e sono soggette a una galoppante desertificazione.

Il rischio più concreto, insomma è quello di costruire una cattedrale nel deserto vera e propria, un rischio a cui il portavoce della China Pacific Construction Group risponde portando avanti l’idea (fumosa) che il progetto è invece “un modello di preservazione e di sviluppo” del territorio tanto che “l’acqua vi verrà portata, l’area sarà riforestata e tutto sarà meglio di prima”. E che inoltre, sempre secondo il portavoce dell’azienda, “non si può fermare lo sviluppo solo perché c’è un’oggettiva scarsità di risorse naturali causata dalla geografia”.

D’altronde, come ricorda un articolo pubblicato sul sito della televisione di stato, Cctv, la costruzione della new town “porterà a un economia sostenibile soprattutto dal punto di vista ambientale, basata un industrie di risparmio energetico”. Letteralmente Yugong sposta le montagne o “se c’è la volontà, si trova il modo”. Quindi, per costruire una città ecosostenibile, bisogna prima rimboccarsi le maniche, spianare montagne e deviare corsi d’acqua.

di Cecilia Attanasio Ghezzi