Sport

Giornalisti sportivi alla prova del tifo

Maurizio Crosetti qualche giorno fa su Repubblica ha scritto cose come sempre assai interessanti. L’argomento è una frase di Conte (“Chi è quella m…. che ha esultato?”) in occasione di un gol del Chelsea asseritamente festeggiato in sala stampa da giornalisti anti-juventini.

Sul tema del tifo dei giornalisti sportivi partirei con un po’ di outing, che ai lettori non dispiace quasi mai.

2 aprile 1987, Losanna, finale di Coppa dei Campioni tra Tracer e Maccabi. 71-69 Milano, pochi secondi sul cronometro, Meneghin sbaglia il lay-up della staffa, Doron Jamchy cincischia con la palla in mano, il suo tiro cortissimo finisce inoffensivo nelle mani di Bob McAdoo e dopo 21 anni il massimo trofeo continentale torna a Milano. Un giovane precario seduto in tribuna stampa balza in piedi e lancia un urlo belluino per sfogare tensione e gioia per la vittoria (non sua peraltro).

Il capo-rubrica basket del quotidiano sportivo più venduto in Italia, che teneva quel precario “sotto osservazione”, guarda schifato e decide che in Via Solferino spazio per lui non ce ne sarà mai. Senza vergognarmi di essere stato quell’urlatore, è appena ovvio che avesse ragione il prestigioso collega.

Le due cose, tifo e giudizio intellettualmente onesto, non sono compatibili. Se uno non riesce a rinunciare alla prima non deve certo nascondere il proprio animo ma semplicemente scegliere un altro lavoro. Non finirò mai di ringraziare quel capo-rubrica, perché mi ha spalancato le porte di un mondo, quello Tv, molto più adatto a me. Ma ancora di più perché quello sguardo di riprovazione mi ha fatto capire che è meglio vedere professionalmente lo sport senza foderarsi le lenti col prosciutto del tifo.

Dopodichè, molto laicamente, non sarò certo io a scagliare pietre contro i giornalisti che invece il tifo non lo soffocano. E’ una scelta personale, ognuno faccia il proprio gioco. Ma proprio ricordando quell’urlo, sarebbe presuntuosissimo pensare di riuscire a combinare uno stato d’animo che ti espone ad una simile figuraccia e l’obbligo professionale di equidistanza, anche se questo non significa che resoconti e commenti debbono essere affidati a robot col bilancino.

Ma è legale non essere tifosi in questo paese? Scorrendo la Costituzione, trovo all’articolo 112 che obbligatoria è l’azione penale. L’articolo 34 definisce obbligatoria l’istruzione inferiore. Ma da 1 a 139 il tifo non è menzionato. E allora non capisco perché tifosi si debba essere per forza, anche contro la propria volontà. Fidatevi, se fate i telecronisti le prime due domande che vi verranno poste saranno 1) “serve qualcuno da voi?” e 2) “per che squadra tifi?”.

Per fortuna non sono certo io a decidere le assunzioni. Ma soprattutto, non può essere dato per scontato che abbia una squadra del cuore. A meno che … A meno che, come credo, non sia una maniera per sdoganare il tifo come atteggiamento. In poche parole, tutti tifosi, nessun problema. E invece no ragazzi, non può e non deve essere così. Lunga vita ai supporter che sull’altare della propria passione sacrificano tempo, denaro ed energie.
Come detto è un modo di fruizione dello sport che non mi appartiene, ma finchè è rispettoso delle altrui libertà, è uno spettacolo favoloso. Non però se questo significa dover scegliere. Allenatori e dirigenti spesso pretendono tifo a favore, e bollano come altrui tifosi quelli che non battono la grancassa per loro. Colleghi ed addetti ai lavori invece, altrettanto spesso sanno, o meglio credono di sapere, da che parte stai. Se date ascolto ad un pentito, si può vivere (bene) anche senza appartenenze.

Ah, piccola postilla. Pensate alle questioni più importanti dello sport, e magari ci sta qualche parallelismo … Che poi un tifo, specie in queste faccende, sarebbe ammesso. Anzi, questo sì che sarebbe obbligatorio da Costituzione (articolo 4, ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”) . E’ quello per chi sta dalla parte giusta, anche se fa cose che non sono nei nostri interessi diretti.

Quello, per intenderci, delle immortali parole di Paolo BorsellinoRicordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dava al lavoro del giudice, significava qualcosa di più, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche svegliando le coscienze”. Game, set and match.