Cronaca

Eccidio di Cefalonia, dopo 69 anni finisce a processo un ex sottufficiale tedesco

Il caporale Alfred Stork è accusato di aver preso parte materialmente alla strage in cui furono uccisi 117 ufficiali italiani, prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. L'avvocato: "E' innocente, obbedì a degli ordini". Archiviazione per altri due soldati

Il gup del tribunale militare di Roma, Giorgio Rolando, ha rinviato a giudizio Alfred Stork, ex sottufficiale della Wehrmacht, ora 89enne, accusato di aver preso parte materialmente all’eccidio di Cefalonia, il 27 settembre 1943, quando alla “casetta rossa” furono uccisi almeno 117 ufficiali italiani, prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. La prima udienza del processo nei confronti dell’ex caporale tedesco è stata fissata per il 19 dicembre. 

All’incriminazione dell’ex caporale tedesco gli inquirenti, coordinati dal procuratore militare di Roma Marco De Paolis, sono arrivati nell’ambito dell’inchiesta a carico di Otmar Muhlhauser, l’ex ufficiale morto nel luglio 2009 mentre era in corso l’udienza preliminare nei suoi confronti. Dalle indagini su Muhlhauser emersero dei sospetti anche nei confronti di altri due soldati della Wehrmacht, Gregor Steffens e Peter Werner, anch’essi quasi novantenni. Nei loro confronti, però il gip del tribunale militare ha disposto l’archiviazione, su richiesta dello stesso pm, ritenuto che non è stato trovato “alcun riscontro all’ipotesi accusatoria”.

Non è stato così per il caporale del 54esimo battaglione “Cacciatori da montagna” Stork: gli inquirenti ritengono di avere le prove della sua partecipazione “materiale” alla fucilazione di ufficiali alla Casetta Rossa, il 24 settembre 1943. A cominciare dalla sua confessione. Sentito nel 2005 dai magistrati tedeschi, infatti, Stork ammise di aver fatto parte di uno dei due plotoni di esecuzione attivi quel giorno. 

Con il rinvio a giudizio dell’ex militare si riapre una delle vicende giudiziarie più lunghe e controverse del dopoguerra, che – a parte la condanna “simbolica” inflitta dal tribunale di Norimberga al generale Hubert Lanz (12 anni, ma ne scontò solo tre) – ha visto concludersi in un nulla di fatto tutti i numerosi processi che si sono svolti in Italia e in Germania. Nessun colpevole per una strage la cui entità, in termini di vittime, è anch’essa controversa. Il numero complessivo dei caduti è oscillato a lungo da un minimo di 5mila uomini ad un massimo di oltre 10mila, in pratica l’intera Divisione Acqui: oggi, anche in base alle conclusioni dello stesso consulente tecnico della procura militare di Roma, Carlo Gentile, si tende a ritenere che nell’isola greca morirono circa 2.300 militari, un quarto in combattimento e gli altri fucilati dopo la resa; altri 1.500 affogarono nei naufragi delle navi con cui venivano deportati.

Soddisfatto il capo della Procura militare di Roma Marco De Paolis: “Speriamo di poter rendere un omaggio alla memoria dei nostri soldati caduti e di dare una risposta alle aspettative da lungo tempo attese da parte dei famigliari delle vittime. E’ un atto di giustizia”. A queste parole si aggiunge il commento di Marcella De Negri, figlia del capitano Francesco De Negri, tra i soldati fucilati dai nazisti di Cefalonia: “Serve ai giovani per far capire l’importanza della responsabilità personale: è giusto che ciascuno si assuma la responsabilità dei propri crimini, senza addebitarli ad altri. Per questo motivo mi sono costituita parte civile”. “Gli ex nazisti a questi processi non si presentano mai – prosegue – non accettano di essere processati. Non nutro rancore nei confronti di Alfred Stork, anche lui è una vittima, responsabile, della violenza nazista”. L’ex caporale tedesco, 89 anni, con molta probabilità difficilmente sarà in aula per l’inizio del processo. I loro occhi non si incroceranno. Ma Marcella De Negri lancia un messaggio a Stork: “A me è piaciuto – spiega – ciò che è stato fatto in Sudafrica dopo l’apartheid. Sono disposta a perdonarlo se l’ex sottuficiale nazista si presentasse ed ammettesse le proprie responsabilità, o accettasse almeno una rogatoria internazionale”, come è stato chiesto dalla Procura militare di Roma.

Le fa eco Paola Fioretti, figlia del capo di stato maggiore Giovambattista Fioretti, un’altra vittima di Cefalonia (fu ucciso solo 4 giorni dopo il suo arrivo nell’isola greca): “Il perdono – dice – deve essere ragionato, ma sarebbe fondamentale anche per il mio spirito per conciliare gli affetti con la necessità di fare chiarezza, e il bisogno di pace”.

Sosterrà l’assoluzione, invece, l’avvocato Marco Zaccaria, legale di Stork: “Dal punto di vista umano, e come italiano, condanno ciò che hanno fatto Stork e il suo battaglione a Cefalonia. Ma l’ex sottufficiale tedesco non poteva sottrarsi agli ordini diretti di Hitler, ordini che l’ex caporale si è limitato ad eseguire, altrimenti sarebbe stato fucilato lui stesso. In base agli articoli 47 e 52 del Codice militare tedesco dell’epoca, avevo chiesto il proscioglimento in quanto Stork ha obbedito a un ordine diretto del Fuehrer”.

“Ci sono tutte le esimenti riconosciute dal Diritto penale internazionale – prosegue Zaccaria – che dovrebbero portare al proscioglimento di Stork”. Poco distante, nel corridoio del primo piano della Procura militare di Roma, davanti all’aula delle udienze preliminari, c’è anche Massimo Filippini, figlio del maggiore Federico Filippini, fucilato il 25 settembre 1943 sull’isola greca. Non mostra soddisfazione per il rinvio a giudizio di Stork, e scuote la testa: “La responsabilità di quelle morti -dice- è anche di Badoglio che inviò a Cefalonia l’ordine di resistere prima della dichiarazione di guerra firmata il 13 ottobre”.