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Tunisi, che ne è stato della primavera araba?

Scampoli di sensazioni ed emozioni dopo una settimana passata a Tunisi. Che ne è stato della primavera araba? In che maniera la forza propulsiva portata in piazza e sulla rete da migliaia di giovani beneficia oggi dell’onda lunga della rivoluzione dei gelsomini? L’impressione è che l’energia si sia in qualche modo affievolita, purtroppo. E, come succede spesso in questi casi, si inizia ad innestare nelle menti delle persone il pensiero che, tutto sommato, si stava meglio quando si pensava di stare peggio.

Meno di due studenti laureati su 10 trovano lavoro oggi, e non va meglio a chi fa corsi di professionalizzazione tecnica, nonostante si sia portati a pensare che con un mestiere, in questi paesi, in un modo o nell’altro qualcosa si combina. La micro-criminalità per strada è tornata a mordere, dopo anni in cui il regime aveva ripulito le strade. Ed a proposito di pulizia, ora le città sembrano più sporche di un tempo, molti cittadini lamentano la mancanza di cura della cosa pubblica come uno dei segni caratterizzanti della decadenza del paese, addossandone la colpa al governo attuale.

Ora tutto il Paese guarda all’Assemblea Costituente, che dovrebbe ridefinire in maniera radicale la governance nazionale, per poi arrivare alle elezioni, previste per il prossimo anno (primavera, estate? ancora non è chiaro). I salafiti, l’ala estremista della fazione islamica, spingono per una forte caratterizzazione religiosa dello Stato, contrastati da una spinta ammodernatrice ed illuminata che ha dato cervelli e corpi alla rivoluzione del gennaio 2011 e che si sta organizzando in gran parte nell’associazionismo della società civile.

E su questo panorama rimane comunque l’interrogativo di fondo, che si replica sovente in queste situazioni: è meglio un governo autoritario, che limita la libertà e la democrazia ma garantisce al contempo un soddisfacente funzionamento dei servizi pubblici essenziali ed un sviluppo economico, oppure un governo che garantisca sì libertà di parole ed espressione, ma accompagnate da un gestione della cosa pubblica scadente? Per noi europei occidentali, che fortunatamente ci siamo lasciati dietro da tempo governi autoritari e che siamo intrisi di una forte cultura democratica, il dubbio forse non si pone.

Ma, se ci pensate bene, è la questione che ha caratterizzato l’annoso dibattito su Cuba: paese caratterizzato da un sistema scolastico e sanitario di elevata qualità, tassi di povertà assoluta sostanzialmente inesistenti, in cambio di una forte cessione della libertà individuale e dell’iniziativa economica privata. E’ giusto o sbagliato? A volte mi risuonano nella mente le parole dell’ex Presidente del Brasile Lula, che a domanda sul regime castrista rispose: “E’ vero, in quell’isola manca un po’ di libertà! Ma se guardiamo a paesi vicini a Cuba, con caratteristiche similari (Haiti ndr), di quale libertà stiamo parlando? In questi paesi l’unica libertà rimasta sembra essere quella di morire di fame, o di malattie”. Ecco, in Tunisia il dopo Ben Ali si sta attorcigliando su questo tipo di dibattito. E, indipendentemente da come la pensiate, concorderete con me che speranze ed aspettative dei giovani tunisini erano ben altre.