Politica

Election day, lo spettro che terrorizza Berlusconi. Alemanno: ‘Ci sto pensando’

Il sindaco di Roma vuole una sola giornata di consultazioni per Parlamento, Regione e Comune. Ma il Cavaliere teme una Caporetto e appare in stato confusionale: l'idea è di frammentare il Pdl in più partiti da presentare poi in un'unica coalizione

C’è uno spettro che sta terrorizzando da tre giorni il Cavaliere e i suoi fedelissimi: si chiama “grande election day romano”. Che, cioè, il prossimo 7 e 8 aprile 2013 si possano trasformare nell’apocalisse elettorale del centrodestra, una valanga di risultati negativi su tre fronti politici chiave capace di dare il colpo di grazia al centrodestra e decretando un suo definitivo ridimensionamento anche dallo scacchiere politico nazionale. I sondaggi al 20% sono solo un’illusione, perché il peggio deve ancora arrivare. Lo spetto non riguarda solo l’apertura delle urne per le politiche e delle Regionali del Lazio causa show down della Polverini. Si aprirà anche il fronte Campidoglio. Il mandato della giunta di Gianni Alemanno, ex An e a capo di una corrente influente in quel che resta del Pdl, scade a maggio 2013. E il sindaco sta pensando (ieri ha parlato di “ipotesi allo studio”) di sciogliere anticipatamente il consiglio comunale per far votare i romani in un’unica tornata elettorale anziché richiamarli due volte alle urne nel giro di due mesi. Questione anche di ottimizzazione della spesa, certo, ma soprattutto un modo per prendere in contropiede il Pd che, a quel punto, dovrà puntare su più cavalli di razza per giocare la partita su tutti e tre i fronti e non sembra, almeno al momento, che sia in grado di spendere tre facce nuove per tre posti chiave nel nuovo assetto politico del Paese che passa per Roma. In ballo c’è Palazzo Chigi, la Pisana, il Campidoglio e forse anche il Pirellone. E con il grande “election day”, il centrodestra sa di perdere, ma di mettere anche in forte difficoltà gli avversari.

A palazzo Grazioli, dunque, si studiano le strategie delle prossime elezioni su più fronti, mentre il segretario del Pdl, Angelino Alfano, si sforza ogni giorno di tenere compatto il partito anche a costo di sfiorare il ridicolo con l’utilizzazione di slogan come “Rinascimento Azzurro” per far credere all’esterno che il disfacimento sia solo un’impressione. Peccato che traspaia l’esatto contrario. Se anche il centrodestra ha ancora un mercato,non sembra però più in grado di avere un prodotto da offrire. A destra, insomma, non si coltiva più nemmeno la speranza di un’affermazione elettorale che possa capovolgere un destino che appare segnato. E l’unico modo per non perire del tutto è di rendere comunque meno agevole la vittoria degli avversari.

Le strategie sono in corso, dunque, anche se il clima interno al Pdl non aiuta. Gli ex An, d’altra parte, sono già con tutti e due i piedi fuori dalla porta di via dell’Umilità, anche se Maurizio Gasparri, il capogruppo al Senato più vicino al Cavaliere, minimizza le battute di Berlusconi (“Gli ex An devono uscire dal Pdl”) parlando di “favole”. “Gli ex An in un altro partito? Non serve adesso parlare di questo, dobbiamo fare la legge elettorale, al piu’ presto, poi dobbiamo dare un’immagine seria, dobbiamo fare quel partito degli onesti di cui parlava Alfano. Dobbiamo parlare di contenuti e di scelte, ci vogliono comportamenti e decisioni seri, servono fatti ed esempi: anche Berlusconi credo che sia il piu’ interessato ad una scelta di questa natura”. Forse si. Ma di certo il Pdl è morto e Berlusconi “si è scocciato”, dicono i suoi. “Avrebbe dovuto ritirarsi già molto tempo fa – ammette un fedelissimo come Vittorio Feltri – non ha più voglia, cerca qualcuno che rappresenti il centrodestra al posto suo ma non lo trova. Noi abbiamo Alfano, che è simpatico. Ma dove cazzo vai con Alfano?”.

La frase rende perfettamente il clima sfilacciato, a dir poco incerto e un po’ crepuscolare che si respira nel Palazzo, ma non solo dalle parti del Cavaliere. Come in tutti i momenti dissolutivi, nella storia come nella recente cronaca politica, da Mani pulite in poi, anche questa volta stanno saltando i vincoli d’appartenenza, i rapporti anche più antichi e sedimentati, coperture e complicità, e all’interno dei partiti s’avanzano gruppi, bande, padroncini in lotta tra loro: come nel Lazio, prima che Renata Polverini decidesse di dimettersi, così anche in Lombardia dove il potere “celeste” di Roberto Formigoni vacilla e fa gola ai leghisti alleati e amici di un tempo. Nel Pdl, nel quartier generale bombardato, la distanza umana e antropologica tra una parte degli ex di An e il gruppo degli ex di Forza Italia appare ormai incolmabile. E infatti si parla di separazione consensuale, checchè ne dica Gasparri, per confondere le acque.

Ma cosa sta cercando davvero Berlusconi? A sentire i suoi, sembra che stia coltivando l’idea di un grande gesto di rottura, ma il tentennamento continuo tra un’endorsement a Mario Monti e lo studio accurato della figura mediatica di Beppe Grillo, stanno spazientendo anche i più affezionati dei suoi. Anche se nella notte tra lunedì e martedì, riuniti alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha dato l’impressione di voler spacchettare sul serio il Pdl in più di un soggetto da federare sotto una comune insegna: un partito della destra per gli ex di An, uno dei democristiani, uno dei socialisti, uno dei liberali… “Cambiare nome, cambiare classe dirigente, tutti a casa”, ha svelato Daniela Santanchè che sembra la persona in grado di decriptare meglio le sensazioni berlusconiane, ma intanto negli occhi di deputati e senatori (anche non si stretta osservanza arcoriana) si intravvede lo spettro del disastro definitivo incombente, di cui l’election day romano potrebbe diventare la catarsi assoluta. La partita del tentativo di salvezza passa attraverso la legge elettorale che, a questo punto, tutti vogliono che resti il Porcellum, seppur corretto con le preferenze. Ma incombe l’approvazione rapida del traffico delle influenze e della corruzione tra privati, il pacchetto anticorruzione cui il Pdl ormai sa di doversi piegare. Anche Berlusconi deve rendersi conto che il mondo in cui lui ha vissuto e comandato, quello degli ultimi vent’anni, è finito. “Lui non può continuare a promettere l’abolizione dell’Imu come nulla fosse…”, s’arrabbia un deputato di rango pidiellino nel cortile di Montecitorio. “Avrebbe dovuto tuonare contro l’Europa, e avrebbe raccolto consensi, invece è rimasto a metà del guado. Né montiano né antimontiano, né europeista né antieuropeista. Avrebbe dovuto scegliere: se stai con Monti stacci fino in fondo”. Invece, è ancora caos. E l’Apocalisse elettorale si avvicina sempre più.