Politica

Marco Giusti: “Colpevoli di aver lasciato il Paese a idioti”

“Ha avuto le palle. Invece di accettare la pretesa di Berlusconi si è tolta dai piedi. A meno che non ci siano aspetti che non conosciamo, la Polverini si è dimostrata energica, più di quanto non siamo stati noi”.

Noi chi, Marco Giusti?
Noi falliti. Aver trascorso 20 anni tra le coltri a leggere Scalfari o Pigi Battista e non essersi accorti che eravamo circondati dai De Romanis, è una colpa.

Grave? 
Gravissima. Pensavamo di aver capito tutto. Con i nostri parametri borghesi, con le nostre certezze presuntuose, con il nostro ego. Stupiti di ritrovarci vivi, con le sicurezze irradiate a mezzo stampa da Repubblica. Quello che è giusto, quello che è sbagliato.

Invece?
Nel vuoto di identità, ci cresceva attorno un nuovo mostro metropolitano interessato all’ultimo modello di telefonino o al Suv. Una domanda l’avrei io.

Quale Giusti?
Che cazzo te ne fai a Roma di un autobus imparcheggiabile? Niente. È un simbolo. È come dire: ‘non so esattamente chi sono, ma intanto esisto’”.

Figli del modello vanziniano?
Non imitano Vanzina. Sono già Vanzina, Thomas Milian e Alvaro Vitali. Ma sono soprattutto i gladiatori di 300 che sognano di essere Batman. Non solo a Roma Nord.

Ovunque?
Pensi all’erede della Moratti. Ma il problema è un altro. Gli immaginari sono tutti occupati e anche la lente della volgarità, non basta a spiegare il fenomeno. L’avevamo sotto agli occhi, non l’abbiamo visto. I nostri figli non ci perdoneranno.

Dice?
Loro conoscono e disprezzano un universo in cui anche battute come “Iside famme ‘na pompa” sembrano da accademici. I nostri figli ci odiano, forse ci uccideranno. Siamo stati irresponsabili, abbiamo abbandonato il Paese a una massa di idioti e di cafoni, non siamo stati in grado di opporci.

Come potevamo?
I burini della suburra, i De Romanis e i Fiorito in fondo li conoscevamo. Erano i body guard di Storace e Tajani, sapevamo esattamente cosa avrebbero fatto. Mi chiedo perché invece di farci la predica, non ce l’abbiano spiegato Repubblica, Corriere o Fatto.

Situazione è recuperabile?
Ma che vuol recuperare? I De Romanis sono i nuovi padroni. Se la comandano. E dei nostri giudizi, se ne fottono.

E noi?
Sempre fermi tra la geniale fotografia di Fellini in “Roma”, il teatrino della Barrafonda, Ma-rio Brega, Aldo Fabrizi e le maschere di Verdone. Ma ci manca l’ironia, la capacità di leggere, anche da misantropi, in profondità. Siamo orfani di Flaiano, di Zapponi, di Risi.

Nessuno ha saputo raccontare la metamorfosi?
L’unico che abbia intuito la portata del cafonalesimo trionfante è stato Roberto D’Agostino. Emarginato dagli snob, visto con sospetto da quelli che alzano il naso e dicono così non si fa. Poi un respiro di libertà soffia nella rete. Le racconto una cosa.

Dica.
A Venezia, Baratta e Barbera sono incorsi casualmente nel fenomeno Selena Gomez, una pischella coatta che ha 33 milioni di followers su Internet. Loro non sapevano chi fosse, ma nemmeno noi critici.

Poi?
Il giorno dopo, quelli della sua generazione, gente che si riprende con una telecamera e si mette su Youtube, avevano scritto sull’evento centomila tweet.

Il modello del nuovo reality?
Dobbiamo planare dalle parti di Giorgio Gori e Fausto Brizzi che scrivono i testi di Matteo Renzi. Ripeto, qui perdiamo tempo.

Con che cosa?
Con un pesantissimo passato, ma siamo incapaci di osservare il presente. È tremendo. I De Romanis sono tra noi, ma è solo allo stadio, dove le classi finalmente si confondono, che li possiamo vedere vicino allo pseudointellettuale.

E ci impressionano?
Non poco, ma i vecchi comunisti di Roma Nord chinati sui rigatoni da Perilli, mi creda, non sono tanto meglio.