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Valencia affossato dai debiti: Bankia sospende la costruzione dello stadio

La squadra di calcio è sull'orlo del collasso, con un rosso di 400 milioni di euro e entrate che non superano i 100 l’anno. Goirigolzarri, presidente dell'istituto di credito, ha precisato che i lavori si sono fermati perché la società non ha rispettato alcuni accordi di natura economica

Niente stadio per il Valencia, società di calcio i cui debiti nei confronti della banche e del fisco ammontano circa a 400 milioni. La costruzione dello stadio Nueva Mestalla, cominciata oramai quattro anni fa, è stata infatti sospesa a data da destinarsi. L’ha comunicato venerdì il presidente Llorente, adducendo come motivazione il collasso del mercato immobiliare e aggiungendo che la società starebbe lavorando insieme a Bankia per cercare nuove soluzioni. Anche se il sindaco di Valencia Barbera ha comunicato poco dopo che, a quanto le ha detto Goirigolzarri, presidente di Bankia, i lavori si sarebbero fermati perché la società non avrebbe rispettato alcuni accordi di natura economica. Progetti di stadi immaginari di società sull’orlo del collasso economico e banche che ne decidono le sorti. Il caso Valencia è il paradigma del calcio (spagnolo e non) del terzo millennio: gonfiato dagli aiuti statali, affossato dai debiti, e incapace di trovare una via d’uscita.

All’alba degli anni duemila il Valencia sembrava essere tornato ai fasti degli anni settanta. Arriva due volte in finale di Champions League, vince due campionati spagnoli e qualche coppa. La squadra sembra proiettata verso un luminoso futuro e, nel 2008, è annunciata la costruzione del Nueva Mestalla: un impianto da 75mila posti. Ma proprio nel 2008, con l’esplosione della crisi e la conseguente stretta sui prestiti, i nodi vengono al pettine. La società è oberata dai debiti. Nel 2009 l’ammontare è di 500 milioni di euro, di cui 240 milioni a Bancaja. Ad agosto 2009 la società è salvata solo grazie all’iniezione di liquidi del governo regionale, che garantisce un prestito a bassissimo tasso d’interesse per 74 milioni: una specie di nazionalizzazione di una squadra di calcio. I lavori per il nuovo stadio sono ovviamente sospesi e comincia la dismissione del settore tecnico. In pochi anni sono venduti tutti i gioielli: da David Villa a David Silva, da Juan Mata a Jordi Alba.

Nel dicembre del 2001 il presidente Llorente annuncia che grazie a un accordo con Bankia i lavori del nuovo stadio sono ripresi. Fino alla nuova, e forse definitiva, sospensione comunicata venerdì per ordine di Bankia. Ma il fatto curioso è che proprio Bankia – semi-nazionalizzata dal governo spagnolo a maggio scorso dopo aver dichiarato un buco di 19 miliardi sotto il peso di assets tossici e derivati – nasce due anni fa come conglomerato di sette istituti di credito. Tra i quali anche quella Bancaja che, per riscuotere i 240 milioni di debiti del Valencia nel 2009, ha preteso il salvataggio della società con l’iniezione di liquidi da parte della regione valenciana. Perché il calcio spagnolo – i cui debiti complessivi ammontano a cinque miliardi, di cui 750 milioni sono dovuti al fisco – è oramai in mano alle banche, le quali tengono in scacco non solo i club, ma anche le regioni e il governo.

I debiti del Valencia oggi ammontano intorno ai 400 milioni, ma le entrate non superano i 100 l’anno. Real Madrid e Barcellona si salvano solo perché, a fronte di debiti uguali o superiori, possono dichiarare fatturati equivalenti: grazie a concessioni pubbliche, prestiti bancari e spericolate operazioni finanziarie. Per tutte le squadre spagnole, l’unico modo di tenersi in piedi è di continuare a chiedere aiuti alle banche – anche per costruire stadi senza avere i fondi, come nel caso del Valencia – le quali a loro volta si rifanno sui governi regionali o nazionali. O sull’Unione Europea, come era emerso pochi mesi fa