Piacere quotidiano

L’eterna rissa tra l’aperitivo e il vermentino

Avvertenza: le successive righe sono ad alto contenuto di  generalizzazioni, non contengono verità assolute, non hanno un fine educativo ma solo l’intento di condividere alcune riflessioni basiche. I professori del vino che riconoscono il sentore di anice e di straccio bagnato mentre sono torturati dalla mafia russa non troveranno giovamento dalla lettura.

Personalmente è stata l’estate del Vermentino. Non era programmato ne bevessi molti, ma una serie di spostamenti in territori marittimi, dove questo vitigno ha un’ottima espressione, ne hanno creato le condizioni. Il generale stato di salute mi è parso buono e ho trovato molti vini dall’ottima beva, dalla spiccata acidità e dal naso molto ricco di frutta e spezie. Non scopro niente, eppure spesso a chi non ha una grande abitudine al vino, il Vermentino appare tutt’altro che un vitigno così caratterizzato.

Uno dei più validi capri espiatori è l’aperitivo e la sua intrinseca tirannia verso il saper bere e il sapere apprezzare la storia e le caratteristiche di un vitigno. Escludete dall’equazione i wine-bar e qualche mosca bianca e pensate a quella frase spaccacuore che accompagna le bevute post-lavorative di fronte a buffet più o meno riciclati: “Le porto un bianco o un rosso?”Per i bisessuali è come chiedere“uomo o donna”. Poi c’è “lo preferisce fermo o mosso”, ma non proseguirei nella metafora sessuale. I più arditi ci propongono perfino l’elenco dei vitigni disponibili (5 di solito e non provate a chiedere la cantina). Il Vermentino c’è sempre ma vi ricorderà il bianco piatto, visivamente scarico, tecnicamente corretto ed eccessivamente solforoso, prodotto in milioni di bottiglie che campeggia nel supermercato sotto casa vostra a due euro.

Bene, quello non è Vermentino, anche se c’è scritto. E questo non è enosnobbismo, ma necessità di tracciare dei confini, specie quando bastano pochi euro e qualche attenzione in più per trovare vini più che soddisfacenti.

Sono tre le interessanti variazioni del vitigno, all’interno di una fascia di prezzo medio-bassa (5-10 €) che mi premeva segnalare. Non sono le uniche o le più meritevoli, ovviamente, ma sono buoni esempi. Nel grossetano ho bevuto il più semplice e diretto dei tre: Il Vermentino 2011 di Poggio Argentiera, l’azienda di Giampaolo Paglia. Noto anche come Guazza (ma quando ho avuto occasione di berlo era già distribuito nella nuova sgargiante etichetta che vedete in foto) è un vino che punta tutto sulla freschezza e sulla bevibilità. Fresco e salato in bocca, speziato e gradevole al naso è un vermentino ottimo per avvicinarsi alle vere caratteristiche del vigneto.

 

 

Salendo verso il confine ligure ho assaggiato il Candia dei Colli Apuani, zona dove il vitigno ha una specifica doc. Segnalo il 2011 di Tenuta del Pozzo, prodotto da una piccola azienda di Massa che fa un Vermentino dal naso molto ricco e raffinato (pesca e rosmarino sono i sentori più chiari) e di discreta complessità, con un finale davvero sorprendente.

Infine in terra ligure, a Ortonovo, ho provato il Colli di Luni etichetta nera, prodotto nella bellissima cantina di Lunae Bosoni. Floreale al naso, molto sapido in bocca, fra i tre è quello più elegante e che più si distanzia dalle caratteristiche del vitigno, consentendo teoricamente anche un buon invecchiamento.