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Cina, la parola “gay” eliminata dalla nuova edizione del vocabolario

Il Contemporary Chinese Dictionary uscito il 15 luglio non contiene l'espressione "tongzhi", che fino agli anni Ottanta era sinonimo di"compagno". Caduta in disuso, era tornata in vita nel 1989 grazie alla comunità omosessuale con un altro significato

La nuova edizione del Contemporary Chinese Dictionary è uscita il 15 luglio ed è già sotto accusa da parte degli attivisti per i diritti umani. Include diverse nuove espressioni – alcune delle quali nate su internet e poi affermatesi nella società – ma non c’è tongzhi, o almeno non c’è nel suo significato oggi più largamente usato: gay. Una forma colloquiale molto più utilizzata di tongxinglian, corrispettivo di ‘omosessuale’ e che in passato è stata associata a una forma disturbo mentale.

Sta lentamente prendendo il sopravvento anche sul significato originario della parola: compagno, nell’accezione comunista del termine. “Tongzhimen hao!” è il saluto che segna l’inizio di ogni discorso ufficiale cinese: “Salve, compagni!”. L’appellativo “compagno” continua ad essere utilizzato in Cina, ma solo nelle occasioni ufficiali. Dal presidente Hu Jintao che saluta dal palco in occasione delle grandi parate, allo speaker del tg che intervista o riporta le parole del “compagno” Wen Jiabao, al leader provinciale che richiama all’ordine i suoi sottoposti. Un tempo, come nella Russia comunista, si usava esattamente con la stessa frequenza con cui noi utilizzavamo “signore”. Per richiamare l’attenzione di uno sconosciuto (“signore, sa dirmi l’ora?”) oppure premesso a un nome (“chieda del signor Franco”) o a un cognome (“ne discuta con il signor Rossi!”). Sui testi universitari per lo studio della lingua cinese, almeno su quelli adottati in Italia fino al Duemila, il termine tongzhi, compagno, appariva già nelle prime lezioni: “Compagno, può indicarmi dov’è la fermata degli autobus?”. Insomma, per oltre mezzo secolo è stato una parola cardine della Repubblica popolare cinese.

Ma la lingua è viva e spesso anticipa le tendenze socioculturali di un paese. Alla fine degli anni Ottanta – mentre la Cina sperimentava le aperture al cosiddetto capitalismo di stato, arricchirsi diventava improvvisamente “glorioso”, il socialismo si allontanava sempre di più dal maoismo originario per acquisire quelle non meglio definite “caratteristiche cinesi”, nasceva la prima generazione di figli unici e l’individuo ricominciava timidamente ad affacciarsi nella società di massa – la parola tongzhi scompariva lentamente dal lessico popolare. A riportarla in vita, con un nuovo significato, fu la comunità gay. Fu usata nel 1989 durante la prima edizione del Lesbian and Gay Film Festival di Hong Kong (primo evento di questo tipo dell’intera Asia) per enfatizzare la solidarietà che caratterizza i rapporti omosessuali. La parola ebbe subito fortuna, forse anche per la sua potenza satirica. Passò di bocca in bocca, di comunità in comunità e crebbe nell’uso quotidiano fino a raggiungere la Cina continentale. Qui la situazione delle libertà era completamente diversa. La Cina comunista considerava il fenomeno di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali una “pratica decadente” importata dall’Occidente. Si pensi che fino al 1997 l’omosessualità è stata considerata un reato e solo nel 2001 è stata cancellata dalla lista delle malattie mentali. Proprio nel 2001 a Pechino venne organizzato il primo festival di cinema gay. Dovendo chiedere l’autorizzazione alle autorità competenti, gli organizzatori sostituirono la parola gay con il termine tongzhi, compagno. Il dipartimento della Propaganda ne colse esclusivamente l’accezione comunista, il festival fu inaspettatamente avviato e da allora tongzhi è divenuto sinonimo di omosessuale.

I tempi sono cambiati. Se negli anni Ottanta e Novanta, gay e lesbiche erano costretti a incontrarsi segretamente, oggi ci sono bar, luoghi di ritrovo e organizzazioni che ne difendono i diritti pubblicamente. Anche se l’attitudine del Governo della Repubblica popolare è quella di “non approvare, non disapprovare e non incoraggiare” i passi in avanti del movimento per i diritti dei gay sono avvenuti alla velocità che caratterizza lo sviluppo cinese. Quasi ogni anno dal 2003, Li Yinhe – la più importante sociologa cinese esperta soprattutto in studi di genere – presenta alla Conferenza consultiva la proposta di un emendamento alla legislazione sui matrimoni che permetta l’unione tra persone dello stesso sesso. Nel 2009 si è svolto lo Shanghai Pride, il primo festival di cultura omosessuale tenutosi nella Repubblica popolare cinese. Da allora gli eventi di questo tipo si sono moltiplicati. Proprio oggi si è concluso un mese dedicato a discussioni, dibattiti e incontri sulla cultura gay ospitato dalla città di Fuzhou, nella Cina meridionale. Seppure nelle immense campagne cinesi l’omosessualità è ancora considerata un handicap o un tabù, la tolleranza verso i diversi orientamenti sessuali sta crescendo. La stessa polemica che si è scatenata sull’esclusione del “nuovo” significato della parola tongzhi dal dizionario ne è la riprova. Come ha osservato qualcuno su Weibo, il twitter cinese, “Tongzhi, significa gay a prescindere dal fatto che lo si ‘incoraggi’ o meno. Prima o poi la definizione sarà sul dizionario”. Come dire: le unioni gay esistono, a prescindere dal fatto che le si incoraggi o meno. Prima o poi la legislazione dovrà prenderne atto.

di Cecilia Attanasio Ghezzi