Cronaca

‘Ndrangheta, arrestato Domenico Arena. Il boss della cosca Pesce latitante da un anno

Domenico Arena, uno dei capi legato alla cosca Pesce di Rosarno, è stato arrestato dai carabinieri nel quartiere Lido di Catanzaro. Il 58enne era latitante da un anno ed era stato condannato il 20 settembre scorso, per rito abbreviato, a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa: le Forze dell’Ordine lo hanno trovato in un lussuoso appartamento della località marittima, in un appartamento attiguo allo studio del suo legale.  Dopo essere fuggito, aveva una lettera agli inquirenti sostenendo di averlo fatto perché riteneva la condanna ingiusta e che si sarebbe costituito solo se i giudici d’appello avessero ristabilito la verità.Il risultato raggiunto all’interno delle indagini coordinate dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Michele Prestipino e dal pm Alessandra Cerreti, si somma all’arresto, eseguito un anno fa, del capoclan Francesco Pesce, trovato in un bunker all’interno di un’azienda di Rosarno. Arena, cognato di Vincenzo Pesce, detto “u pacciu”, era uno degli ultimi cinque latitanti della cosca. Attualmente è in corso, davanti ai giudici del Tribunale di Palmi, il processo con rito ordinario ad altri imputati.

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Nel processo All Inside il boss del clan Pesce (Vincenzo) è stato condannato a vent’anni di carcere, così come il nipote Francesco. Una sentenza resa ancora più pesante, sul piano economico, dai risarcimenti decisi dal Gup in favore delle parti civili: milioni di euro al ministero dell’Interno, alla regione Calabria e al comune di Rosarno. Fondamentale la testimonianza di Giuseppina Pesce, figlia, sorella e nipote di boss di una delle cosche più potenti della Calabria e collaboratrice di giustizia dal 2010. Domenico Arena, secondo quanto emerso dall’inchiesta, si occupava per conto della cosca Pesce, del settore dell’autotrasporto. Dalle indagini è emerso anche che per affidargli questo incarico, il cognato Vincenzo Pesce, fratello di quello che viene indicato come il boss della cosca, Antonino detto “testuni”, ebbe un violento litigio col nipote, Francesco. Fu lo stesso Antonino, dal carcere, ad invitare alla calma il figlio e ad avallare la scelta del fratello Vincenzo.