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Non si abita un paese, si abita una lingua

Lo scorso fine settimana sono andata in treno a trovare alcuni cari amici di Vienna. Al teatro della Josefstadt rappresentavano “I Nibelunghi”, nella versione di Friedrich Hebbel, una saga che finalmente volevo riuscire a vedere.

Nel pubblico (il teatro era pieno) forse ero l’unica a non conoscere, se non per sentito dire, la storia sanguinosa di Grimilde che vendica l’uccisione di Sigfrido, di cui lei stessa era stata con-causa, del resto: una leggenda medioevale di gelosie, potere e violenze, e alla fine nessuno sopravvive alla vendetta generale.

Ero anche l’unica a notare che nessuno, nel gruppo che ha messo in scena lo spettacolo, aveva più di 28 anni, come la giovane regista teatrale (Holle Münster): si trattava del suo lavoro di laurea, che per chi ha studiato al ‘Max-Reinhardt-Seminar’ di Vienna si risolve appunto in una vera produzione. Queste, dopo la presentazione nella scuola stessa, vengono poi portate in altri teatri di lingua tedesca, in Austria e in Germania, così che i registi neodiplomati si possano far conoscere.

Mi sono resa conto dunque della giovane età della regista, della scenografa, e di tutti gli attori. E mi sono stupita di stupirmene: perché mai, in fondo?

Perché mai credere che le difficoltà che spesso incontrano i giovani in Italia esistano anche altrove?

“Non si abita un paese, si abita una lingua” ho sempre creduto in questa affermazione di Emil Cioran, lo scrittore rumeno.

Si abitano le narrazioni della lingua con cui ci si identifica, nella vita. Le narrazioni storiche, sociali, le saghe, quel che si viene a conoscere a scuola, Dante o Goethe, gli Antichi Romani oppure i Nibelunghi, e tante altre cose. Comprese le credenze condivise: che cosa viene considerato ‘normale’.

E in ogni insieme di rappresentazioni sociali e linguistiche ci si stupisce per cose diverse: venendo dall’Italia mi stupivo della giovane età dei professionisti sulla scena (molto bravi), cosa che per il pubblico di lingua tedesca non pareva degna di nota.

Certo, per ogni situazione vi sono motivi razionali, comprensibili: che vi sia spazio per giovani professionisti in campi artistici ha a che fare con la selezione molto forte in entrata, mi dicono, per questo tipo di studi, che solo chi è molto motivato e dotato riesce ad intraprendere. Gli esami per accedere alla scuola di teatro del ‘Max-Reinhardt-Seminar’ di Vienna sono molto selettivi, le poche persone ritenute adatte vengono seguite in piccoli gruppi in modo molto personale dagli insegnanti, e la scuola è orgogliosa di dar loro lo spazio per mettersi alla prova sulle scene di teatri reali, una volta diplomati. 

L’Austria sembra consideri la produzione culturale una voce in attivo della produttività del paese, i teatri sono sovvenzionati ma la ricaduta è forte nel campo del turismo, pare.

Ma al di la delle spiegazioni economico-sociali, certamente troppo complesse per venir trattate qui in modo esauriente, mi accorgo che credere che sia ‘normale’ dare un significato (‘è difficile!’) oppure un altro, dipende davvero dal quadro di riferimento culturale, dal linguaggio che abitiamo.

Tanti linguaggi, in Europa: altrettanti mondi di riferimenti culturali, altrettanti mondi possibili, da scoprire.