Politica

Le armate di Grillo e il ghigno di Bersani

Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi e di facce pietrificate. Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista. Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l’alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Parma”, e cosa ci dice oggi? Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già terremotato sistema politico della Seconda Repubblica? Proviamo a partire dal Movimento Cinque Stelle.

Il paradosso del raddoppio

Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5% delle elezioni regionali alla conquista di una grande città, alla prova del governo. Vince a Mira, Comacchio e (già al primo turno) Sarego. Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”. Poi c’è la vittoria del centrosinistra. La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire. Ma se è così, allora, perché nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all’ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso? I leader del Pd italiano sono una varietà politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono. Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia. O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia. Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo ‘non vinto’ come Par-ma e Comacchio”. Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti. Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perché quando parla così, è ancora alla sua dichiarazione introduttiva. Subito dopo, il segretario, inanella un’altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l’idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”. Excusatio non petita, difesa non necessaria. Bersani mostra l’istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino. La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”. Grillo invece parla già della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c’è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile. 

Tormentone Udc

Altro fermo immagine, il riverbero su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25%. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia. Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13%, per la prima volta. Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per allargare le alleanze, perché si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”. Poi, durante lo spot, se gli chiedi perché mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l’alleanza con l’Udc”. Se il Pd non può sorridere, dunque, è perché in questa vittoria è prigioniero di due paradossi. Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, il “vintage” che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell’Idv in consiglio (con l’11%!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”.

Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perché vince – sì – ma con l’alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva. Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la Federazione della sinistra. Tant’è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l’ho già fatto nel 1996 e non voglio ripetere l’esperienza!”. Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e questeelezionihannoaffondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa. 

 Il prezzo di Monti

Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti. Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”. Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina. “Grillo – spiega Daniela Santanchè, la massima esponente – ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un’altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle. Possiamo recuperarli – conclude la pasionaria pidiellina – solo se cambiamo rotta”. È già pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna. Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo. È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette. E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993. Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo. La mappa della Lega che non c’è più, è anche quella del M5S, che eredita i suoi voti. Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l’idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso.

Hanno ragione perché a Parma hanno capito che gli rompiamo il giochino. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero – conclude con l’ultima stoccata e per loro non sarà facile”. In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo – per una volta – può avere un sorriso caimano.

Il Fatto Quotidiano 22 Maggio 2012