Economia & Lobby

Farmaci da banco e fascia C, la lotta per una torta da 3,5 miliardi di euro

Era la fetta più grossa della torta in palio: circa 3,5 miliardi di spesa annua presa dalle tasche dei cittadini. Il fatto che, dopo un’aspra battaglia politica e lobbystica, la vendita dei farmaci di fascia C sia rimasta monopolio dei 17mila titolari di farmacia, ha segnato una vittoria per la Fofi (Federazione degli ordini dei farmacisti) e Federfarma (sindacato di categoria). Viceversa, a perdere sono state le parafarmacie e i corner aperti negli ipermercati, punti vendita introdotti nel 2006 e da allora autorizzati a commercializzare solo farmaci da banco, ovvero senza ricetta. Erano sei anni che spingevano per vendere anche la fascia C, che prevede obbligo di prescrizione da parte del medico e costi a carico dei cittadini. Il governo Monti le aveva illuse. Niente da fare: le parafarmacie hanno avuto altro, come la partecipazione facilitata ai concorsi per l’aumento delle farmacie sul territorio o la possibilità di vendere anche prodotti veterinari. Ma ciò che non potranno fare è offrire sui loro banconi quei farmaci a cui tanto aspiravano.

L’elenco di fascia C comprende circa 3.800 medicinali per la cura, tra l’altro, di depressione, infezioni, infiammazioni, forti dolori, stitichezza, disfunzioni erettili, ansia. In termini di spesa nazionale, dominano le benzodiazepine con 550 milioni di euro, i contraccettivi orali con 270 milioni, i prodotti anti-impotenza con 240 milioni. Ne fanno parte farmaci di largo consumo come Aulin, Tavor, Viagra, Yasmin. La posta in gioco era alta. Tra medicinali da banco e fascia C, si tratta di circa il 30% dell’intero mercato farmaceutico italiano. Alle parafarmacie faceva gola per motivi di sopravvivenza economica e di dignità professionale: in Italia oggi sono circa 4mila (circa la metà, però, secondo i colleghi avversari) e dicono di essere discriminate. Grazie alla fascia C, hanno detto, ci sarebbero stati inoltre sconti a vantaggio degli utenti. Ma tutto questo alle farmacie tradizionali non poteva andare giù: hanno così evocato l’uso improprio di farmaci sensibili (soprattutto nei corner degli ipermercati) con il rischio di consumi anomali e pericolosi, mentre gli sconti a loro dire sarebbero stati una chimera. A fine marzo, con 365 sì, 61 no e sei astenuti, la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva il cosiddetto decreto Cresci Italia che ha escluso che le parafarmacie e i corner possano condividere il business dei medicinali di fascia C con i colleghi e avversari titolari di farmacia.

Questi ultimi, ben rappresentati in Parlamento e molto attivi nell’influenzare le decisioni politiche, si sono comunque lamentati poiché reputano un danno il futuro aumento di 4-5 mila esercizi sul numero complessivo di farmacie, che dovrebbe avvenire in seguito alla modifica del quorum minimo di abitanti necessario per aprire ogni singolo punto vendita. Hanno anche minacciato serrate e manifestazioni di protesta. Le associazioni che raccolgono le parafarmacie, invece, in un primo tempo hanno gridato alla falsa liberalizzazione, si sono dette deluse, ma poi hanno finito per accontentarsi. A parziale compensazione, la nuova legge ora prevede che una parte dei farmaci inclusi nella fascia C possano essere declassificati ed essere venduti anche nelle parafarmacie. È una valutazione che farà l’Aifa (Agenzia unica del farmaco) e che sarà oggetto di decisioni del ministero della Salute. Ne potrebbero far parte prodotti come Fluimicil, Voltaren o Tachipirina. Ma, viene detto, su cosa far entrare oppure no nella lista inciderà non poco il peso delle lobby, dove i titolari di farmacia dominano.

di Eleonora Lavaggi

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