Mondo

L’assenza dei sogni: <br> un paese senza futuro

Parto spesso dall’ esperienza personale in questo blog per due ragioni. La prima è che un blog, per me, ha il sapore di un diario, di un blocco di appunti in cui si annotano pensieri e sensazioni che, però, si ha voglia di condividere con altri, per ascoltarne le opinioni. La seconda, al di là di eventuali richiami per “eccesso di ego” di cui non discuto il fondamento, è che spero che la mia esperienza personale possa essere di “ispirazione” per chi vive l’atroce dilemma del restare o dell’andare. Dell’allontanarsi dalla propria terra, famiglia, radici  o del restare ma sentire la propria speranza cancellata, dispersa, tradita e fatta a pezzi ogni giorno.

Ho lasciato l’Italia in un’età in cui altri cominciano a sentirsi “realizzati”. Ho lasciato l’Italia per venire qui senza avere nulla se non una valigia, dieci piccoli scatole e Dorothy. E tanta paura. Chi sa cosa significa essere un giornalista free lance, può capire l’assenza di un supporto economico stabile. Chi si è trasferito in un paese di lingua diversa, tradizioni diverse, cultura diversa, dove non si hanno appoggi e non si conosce nessuno, può capire cosa avessi dentro allo stomaco quando sono arrivata qui. Paura e rabbia. E nient’altro. Anzi no. Avevo la consapevolezza, la certezza, la convinzione granitica e invincibile che io meritassi di essere felice, o “kind of” come dicono gli americani. Meritavo di sentirmi dignitosamente umana.

Per questo non sono morta come in alcuni momenti ho sentito che stava per accadere o avrei voluto che accadesse, quando la mia quotidiana disillusione mi decomponeva il cuore e l’anima. Io ero quella dei “no” e quella “non disposta a pagare prezzi”. Quella che, dunque, ha cominciato a perdere lavoro dopo lavoro.

L’Italia oggi è asfissiata dalle morti di chi non ce la fa più. E la sua aria è irrespirabile per chi non vuole (giustamente!!!!!! perché la vita è prima di tutto un dovere e non bisogna mai voltarle le spalle) farla finita ma non sa cosa sperare, dove guardare e si sente ridicolo/a ad avere sogni.

Questa è l’Italia oggi. E tutti a dissertare di economia. Bravi. Risolvete lo spread e il debito pubblico e la crisi dell’euro se potete. L’Italia, però, caro presidente del Consiglio, caro presidente della Repubblica, cari politici di “professione”, care “teste pensanti di soluzioni fantasmagoriche applicate all’economia spaziale”, non cambierà di una virgola se non ci “arrenderemo” all’evidenza che un paese non possa essere considerato civile se non esiste un principio meritocratico di accesso al lavoro. In Italia non esiste meritocrazia, non esiste la possibilità di mettersi in gioco e avere successo, non esiste la possibilità di avere aspirazioni, sogni, speranze e desideri. in Italia contano il tuo cognome e i tuoi amici. E, a distanza di una settimana, ancora non capisco come si possano essere alzate voci autorevoli a dire che non bisognava parlare della signora Santanchè quando, la suddetta signora, è andata in una trasmissione radiofonica a dire pubblicamente che sua nipote è stata assunta perchè raccomandata e di bella presenza“. Siamo talmente assuefatti a credere che questa sia la realtà, la normalità che, sono sicura, la nipote della signora Santanché è ancora lì dov’era una settimana fa. E sia chiaro, la signora Santanche’ ha ragione (ma dovrebbe vergognarsi di contribuire ad una tale realtà) a dire che in Italia “questa è la norma”. L’orrore siamo noi che non ci ribelliamo, noi che continuiamo ad illuderci che sia ovunque cosi. Noi che permettiamo ad una Santanchè qualsiasi di darci degli schiavi e pure rimbambiti.

Io non so molte cose. Davvero. E so che quando quel giorno guardavo le fragole e non avevo i soldi per comprarle perchè non avevo 5 dollari, mi sentì persa. Ma respirai e mi rimboccai le maniche. Dimenticai tutti i miei concittadini che mi avevano voltato le spalle e chiesi aiuto a chi voleva ascoltarmi e offrirmi una spalla, un posto a tavola, un cestino di fragole e molto di più. I miei “supporter” a stelle e strisce ma con passaporti di tutto il mondo.

Mio papà mi chiede spesso, come ho detto, se sono felice. La felicità è cosa complicata. Ma qui sono viva. E per me la vita è felicità.