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Cina: il fisco sanziona il dissidente Ai Weiwei, lui denuncia l’ufficio imposte

L'artista è stato condannato a pagare una multa di 1,7 milioni di euro per evasione fiscale, ma secondo i suoi legali i funzionari hanno agito illegalmente rigettando il ricorso di Ai e non permettendo né a lui né al suo avvocato di accedere ai documenti o di parlare con i testimoni

L'artista e dissidente cinese Ai Weiwei

Alle storture dalla giustizia cinese il dissidente Ai Weiwei risponde appellandosi alla legge. L’artista ha deciso di denunciare l’ufficio delle imposte di Pechino per avergli inflitto una multa da 15 milioni di yuan (circa 1,7 milioni di euro) per evasione fiscale. Secondo i legali, i funzionari hanno agito illegalmente rigettando il ricorso di Ai non permettendo né a lui né al suo avvocato, Pu Zhiqiang, di accedere ai documenti o di parlare con i testimoni su cui erano basate le accuse contro la Beijing Fake Cultural Development, la società presieduta dalla moglie dell’artista cinquantaquattrenne, i cui libri contabili sono finiti sotto la lente degli investigatori. Entro una settimana il tribunale deciderà se accettare e discutere la denuncia.

A fine marzo la multa era stata confermata e il ricorso respinto dopo essere stato esaminato senza l’opportunità per Ai Weiwei di un dibattimento pubblico. Una decisione “inconcepibile” per l’artista che, ha denunciato, dallo scoppio del caso non ha potuto comunicare con gli amministratori della società. Lo stesso Pu ha inoltre confermato di non aver potuto visionare nessuna prova contro il suo assistito. “Tutto mi porta a credere che il processo contro la società di Ai sia una persecuzione e che l’ufficio delle imposte agisca su ordine della sicurezza pubblica”, aveva spiegato il legale una volta perso il ricorso.

Per i sostenitori di Ai Weiwei, l’accusa di evasione fiscale è un modo per zittire una delle voci più critiche contro il Partito comunista. In 30mila, attraverso sottoscrizioni online, avevano contribuito a raccogliere i soldi con cui lo scorso novembre fu pagata metà della sanzione. Esattamente un anno fa Ai fu fermato all’aeroporto di Pechino all’imbarco del volo che lo avrebbe dovuto portare a Hong Kong. Si trattò del caso più eclatante nel giro di vite contro la dissidenza e contro la cosiddetta rivoluzione dei gelsomini, nel timore che anche in Cina potessero scoppiare movimenti ispirati alle sollevazioni del mondo arabo e islamico. Seguirono 81 giorni di reclusione senza che né la famiglia né gli avvocati potessero avere notizie di Ai. Almeno fino alla scarcerazione avvenuta lo scorso 22 giugno. In seguito arrivarono prima le accuse per non meglio definiti “reati economici”, poi diventate evasione fiscale, e infine l’imposizione al dissidente di una sorta di libertà vigilata.

Attualmente Ai è costretto in casa con l’obbligo di avvisare la polizia ogni volta desideri uscire e con il divieto di lasciare Pechino e di parlare della sua detenzione. Imposizione quest’ultima puntualmente violata con interviste e attraverso internet. La misura detentiva scadrà a giugno. Nelle scorse settimane l’artista ha pensato di celebrare il primo anniversario dall’inizio della sua odissea giudiziaria installando quattro telecamere nella sua abitazione per quella che è stata definita una forma di auto-sorveglianza. Un reality show 24 ore su 24 della sua detenzione oscurato dopo appena un giorno. “Faccio un favore all’ufficio di sicurezza. Nella mia vita tutto è sorveglianza. Controllano il mio telefono e il mio computer. Il nostro ufficio è stato perquisito, io sono stato perquisito, ogni giorno sono pedinato, ci sono telecamere di sorveglianza davanti a casa mia. Perché non mettere qualche telecamera anche dentro casa, così la gente può vedere tutte le mie attività”, ha scritto Ai. “Lo faccio nella speranza che anche dall’altra parte ci sia un po’ di trasparenza“, ha aggiunto in riferimento al governo e alla polizia.

Artista di fama internazionale, Ai è l’architetto del Nido d’uccello, il futuristico stadio olimpico di Pechino, alla cui realizzazione ora si pente di aver partecipato. Dal 2008 si è distinto nell’inchiesta sulla morte di oltre 5mila bambini e bambine sepolti dalle macerie delle scuole crollate durante il terremoto del Sichuan e per chiarire le responsabilità nella gestione degli appalti. Negli anni successivi ha più volte preso posizione contro il governo, esortando la Cina a intraprendere riforme per diventare uno Stato di diritto.

di Andrea Pira