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“Volete le elezioni? Pagatevele”. Il governo non garantisce per le amministrative sarde

Una lettera del Viminale gela il presidente Cappellacci: "Sono cambiate le normative". Il costo previsto è 800 mila euro: ora è a rischio il voto di maggio in 65 Comuni. Nella Regione sono in programma anche i referendum "anticasta", ma non è passato l'accorpamento in un unico Election Day, con relativo risparmio

Il presidente della Sardegna Ugo Cappellacci

E ora pagate voi, senza offese: questione di competenze, autonomia e risparmio. Dal governo non arriveranno infatti i soldi per le schede, per i manifesti, né soprattutto per un particolare, e costoso, software che gestisce e trasmette i dati elettorali. Rischia così di saltare il voto delle prossime amministrative in Sardegna previste in 65 comuni per il 20 e 21 maggio, data diversa da quella stabilita da Palazzo Chigi per il resto d’Italia. Nell’isola il 6 maggio, invece, si voterà per dieci referendum che chiedono tra l’altro l’abolizione delle province.

La nota del ministero dell’Interno parla chiaro e ha spiazzato Regione e il governatore Ugo Cappellacci, che ora lancia l’allarme a una settimana circa dalla presentazione di liste e candidature. Il Viminale ha scritto in un documento che non potrà garantire le spese, calcolate in circa 800mila euro, perché sono “venuti meno i presupposti”, ossia sono state apportate “modifiche all’impianto normativo preesistente in materia di enti locali e disciplina elettorale”. Ribatte subito il presidente della Regione che, a stretto giro di posta ha scritto una lettera al premier Mario Monti chiedendo un impegno tempestivo da parte del governo per “garantire le funzioni vitali della democrazia”. In caso contrario i tempi sono davvero stretti: per l’intervento finanziario sarebbe necessaria una legge apposita e, secondo Cappellacci, ormai è tardi.

Nell’oggetto del documento, firmato dal capo dipartimento per gli Affari interni e territoriali del Viminale, si legge “Competenze legislativa esclusiva regionale” e si citano una serie di norme specifiche della Regione Sardegna. Da qui il mancato supporto tecnico-amministrativo e niente “sostenimento di ulteriori oneri finanziari a carico dello Stato per l’organizzazione e gestione delle elezioni amministrative in codesta Regione”. Nessun riferimento invece all’ipotesi Election day per cui è saltato l’accordo in consiglio regionale sul decreto necessario all’accorpamento delle due date di voto. In Sardegna gli elettori sono infatti chiamati a votare prima, il 6 maggio, per dieci quesiti referendari (cinque abrogativi e cinque consultivi). Il fantasma dell’Election day aveva generato polemiche e rimbrotti per lo sperpero di denaro pubblico: lo stesso Cappellacci l’aveva definita “un’occasione mancata” anche per la partecipazione degli elettori su questioni anti-casta e taglia costi.

D’altronde le spese per le consultazioni referendarie sono tutte a carico della Regione Sardegna che a questo punto dovrebbe doversi accollare anche quelle per le amministrative. Il ministero dell’Interno puntualizza sui costi e sull’autonomia o sull’utilizzo che ne è stato fatto finora: “Appare improponibile- si legge ancora nella nota- in relazione alla finalità di contenimento costi di funzionamento (…) che l’amministrazione e la finanza statale continuino a sostenere oneri sia di ordine finanziario che tecnico-amministrativo di ambito di piena ed esercitata potestà legislativa propria della speciale autonomia sarda”. Un pendio scivoloso che segna il legame, spesso controverso, tra Sardegna e Stato che, secondo il governatore Cappellacci “non può abdicare ai propri doveri quando è in gioco la libera espressione del voto da parte di migliaia di cittadini, chiamati a scegliere i rappresentanti della propria comunità”.

Il presidente della Regione auspica “un intervento immediato del presidente del Consiglio dei Ministri affinchè venga scongiurato il pericolo di un disimpegno dell’esecutivo nazionale”. Se non si trovasse un accordo, per cui la Regione si dice pronta a collaborare, potrebbe saltare il rinnovo dei 65 comuni, di cui tre sopra i 15mila abitanti (Oristano, Alghero e Selargius). Oppure si profila il rinvio. ” E c’è chi parla anche di “secessione al contrario”, come il capogruppo Pdl in consiglio regionale, Mario Diana. Ricorda che un caso simile si era già verificato alla scorsa tornata elettorale a maggio 2011 (quando in Sardegna si è votato per il referendum sul nucleare) ma che “in quell’occasione si è trovato un accordo con un protocollo d’intesa e in ogni caso non si parlava di costi”. E ora? “Di sicuro si continuerà a fare pressione politica nei confronti del governo e se no… Si potrebbe decidere anche di posticipare la data delle elezioni”.

Agguerrito l’assessore agli Affari generali, Mario Floris, che ricorda il mancato rispetto dell’accordo del 2006 sulle entrate fiscali per cui la Sardegna sarebbe in credito verso lo Stato. Mentre l’opposizione e il capogruppo Pd in consiglio regionale, Giampaolo Diana, sottolinea come “il rinnovo delle assemblee elettivo è il cardine del sistema democratico e lo Stato deve farsi carico degli oneri”. Per il coordinatore regionale di Sel, Michele Piras, questo è “l’ennesimo atto ostile di un governo senza democrazia, che dovrebbe far riflettere per primo il centrosinistra sulla necessaria apertura di una vertenza senza tatticismi, di una stagione di profonda riforma del patto con lo Stato nazionale”.

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