Donne di Fatto

Quando parliamo della Birmania parliamo di noi

In questi giorni mi è capitato, invitata dal Festival dell’Eccellenza al Femminile di presentare insieme ad Amnesty International un libro (ll Pavone e i Generali di Cecilia Brigli) ed un film (The Lady di Luc Besson) sulla vita di Aung Sun Suu Kyi, la leader birmana della Lega Nazionale per la Democrazia, premio Nobel per la Pace e recentemente eletta al parlamento Birmano.

Si è parlato di lei, di questa donna bellissima e straordinaria che può essere imprigionata, confinata ma mai fermata. Questa eroina che il popolo ama per la forza e la delicatezza, che la gente chiama “madre”.

Parlavamo di lei, della sua rivoluzione non violenta, parlavamo di diritti umani, di donne, di eroi e vittime e parlavamo di noi, del nostro bisogno di eroi, del nostro desiderio di un, o meglio di una, leader, da amare e rispettare.

Raccontavamo le violazioni che il popolo birmano è costretto a subire da parte del regime militare e indugiavamo sulle violazioni dei diritti umani che piagano gran parte del pianeta. E poi ancora parlavamo di noi, dei nostri diritti negati o piegati alle esigenze o peggio all’ingordigia della politica.

Ricordavamo la recente “primavera araba”, la partecipazione femminile trascurata dai media, la sua repressione. E parlavamo di noi, della condizione delle donne nel nostro Paese e della repressione ingiustificata, brutalmente criminale e indecentemente violenta, alla quale abbiamo assistito impotenti nella mia Genova a luglio del 2001. Abbiamo ricordato la “macelleria messicana” della Diaz e le torture di Bolzaneto, caserma in cui le donne, le ragazze, erano quelle che avevano spesso la peggio: umiliate, minacciate di stupro, costrette a spogliarsi davanti a tutti, picchiate e torturate. Abbiamo lamentato l’impunità dei torturatori, imputabile anche all’assenza del reato di tortura nel nostro codice penale (il che la dice lunga sull’importanza che il nostro legislatore attribuisce ai diritti umani..)

Abbiamo, rileggendo alcune frasi della leader birmana e gli slogan che il suo popolo le offriva (“Ti amiamo, aiutaci a portare la Pace”, “Noi amiamo madre Suu”, “Amiamo gli eroi pubblici”) parlato di amore. E abbiamo, ancora una volta, parlato di noi.

Perché questo è il segreto dei diritti umani: sono indivisibili e direi, contagiosi.

Non è retorica, è scienza giuridica.

E non è un caso se la sintesi del “Rapporto sullo Stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia” redatto nei giorni scorsi dalla Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato, inizia con questa incontestabile affermazione: “Ogni violazione dei diritti umani non è solo un fatto eticamente riprovevole ma una vera e propria violazione della legalità… Per questo, affermare che la condizione dei detenuti costituisce una violazione della legalità da parte dello Stato non è una forzatura frutto di una pur legittima indignazione, ma una pertinente considerazione tecnica. Di diverse ma non meno gravi violazioni della legalità lo Stato italiano si è reso responsabile nell’affrontare il problema delle migrazioni – in particolare di quelle irregolari – e nel garantire l’effettivo esercizio del diritto di ogni persona ad avanzare e vedere esaminata domanda di asilo o di altra forma di protezione umanitaria. Questa violazione della legalità è stata contestata e accertata in giudizio davanti a corti interne e internazionali che si sono pronunciate e si pronunciano secondo una giurisprudenza ormai costante. Lo Stato italiano – ma naturalmente la questione non riguarda, neppure in Europa, solo lo Stato italiano – ha il dovere di mettere fine a questa illegalità… E’ solo se si assume il principio del carattere indivisibile dei diritti umani come definiti dalle leggi interne e internazionali e della loro inviolabilità in ogni circostanza che si può trovare la chiave per una strategia che – con i tempi e le gradualità necessarie – affronti strutturalmente il problema

Dunque quando i media ci fanno credere che i diritti fondamentali dell’essere umano funzionino come una coperta perennemente corta che se valgono per alcuni non possono valere per altri affermano una gravissima falsità giuridica, istigandoci a delle competizioni o peggio a delle discriminazioni insensate quanto abbiette. E’ palesemente falso, ad esempio, affermare che il diritto sacrosanto alla libertà di religione, se esercitato da alcuni, leda l’uguale diritto di altri o che se alcuni hanno il diritto di curarsi altri sono meno in salute. E’ vero l’esatto contrario: se tutti possono accedere alle cure mediche nessuno rischia di essere contagiato. Se nessuno può essere sfruttato sul lavoro tutti hanno diritto ad accedere in regime di “concorrenza leale” ad un lavoro che non comporti rischi per la propria incolumità né leda la propria dignità… e cosi via. I diritti fondamentali o valgono per tutti o non valgono per nessuno.

Basta leggere i perfetti articoli 2 e 3 della nostra Costituzione (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Articolo 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali) e gli articoli 1 e 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Articolo 2 Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione») per capire perché quando parliamo della Birmania, parliamo di noi.

Quando parliamo di rom, detenuti, minori, donne, malati, gay, disoccupati, stranieri, profughi e di qualunque altra «minoranza», parliamo di noi. Ed é per questo che dobbiamo difendere i loro diritti, per tutelare i nostri.